Tamango - un collettivo fuori dal tempo


Il tour e i testi di t’amango

Rampallonata. Una parola che per molti non risuona, ma che rappresenta coraggio e istinto. È un gol al novantesimo, una corsa a perdifiato, è rompere gli schemi. Rampallonata è il nome del tour dei Tamango, un collettivo di giovani torinesi che rifiuta le etichette e prova a costruire un mondo proprio fatto di teatro, performance, musica, e svariati generi della stessa: jazz, rock, cantautorato. Le Rampallonate del 2026 si svolgeranno nei campetti da calcio, luoghi spesso dimenticati ma ancora vivi, luoghi dove la provincia spera, lotta, cresce e gioca. Non si tratta di uno stadio nel senso comune del termine ma di un campetto che assomiglia a un campo di patate. Qui il concerto diventa rito collettivo, si torna bambini: vestiti cuciti e riciclati, abiti improbabili, petti nudi, bastoni impugnati come fossero spade. Si gioca alla guerra senza smettere di immaginare. Nei Tamango c’è una precisa volontà di essere fuori tempo. Usano forme vintage, costruiscono cori invece di affidarsi a una singola voce, lasciano maturare i pezzi nei live. Mentre molta musica contemporanea nasce e muore nel tempo di uno scroll su TikTok, loro cercano qualcosa che possa durare. Forse è per questo che sembrano così strani, o forse così necessari. Ed è forse qui che sta il cuore dei Tamango, non nella rivoluzione ma nella comunità che viene dopo. Una tribù di sognatori che continua a correre dietro a un pallone, a una canzone, a un futuro che ancora non esiste. A guidare il tour è il nuovo album del collettivo che prende il nome di T’Amango. Un lavoro che non tradisce la loro anima e che si inquadra perfettamente nell’idea di vivere come una banda di bohémien nomadi, di suonare jazz sotto un tendone improvvisato e poi sparire nella notte.

30.06.2026 Daris De Vecchi

t’amango è un disco ricco di sfumature sia sotto il punto di vista musicale che narrativo. Mi sbilancio e lo definisco senza problemi un capolavoro che non segue le logiche di mercato né tantomeno la struttura della canzone italiana andata consolidandosi negli anni. Lo schema canzone che ci viene presentato nel 99% dei casi è composto — semplificandolo — da strofe e ritornelli, e la maggior parte delle canzoni che troviamo in questo lavoro dei Tamango non lo rispecchia affatto. Il ritornello non è quasi mai presente, il che li rende automaticamente brani inadatti sia al contesto radiofonico che a quello delle piattaforme social come TikTok, una delle più grandi promotrici di musica al momento. Viene prediletta la sfera narrativa, accompagnata da lunghi strumentali (anche questo è decisamente inusuale, dal momento che siamo abituati a vederne di molto brevi nelle introduzioni oppure nei bridge). L’hook — quell’elemento del brano che lo rende immediatamente riconoscibile — non esiste, la narrazione è il punto centrale, quello su cui si vuole che l’ascoltatore si concentri. L’album si apre con Matador, un brano che ricorda immediatamente le manifestazioni o le parate. Si apre con il suono dei tamburi e una melodia, appena accennata dagli strumenti ma molto presente nella voce che tiene il tempo ripetendo ad ogni battere la sillaba EH!. Quando inizia il canto è evidente la dissonanza tra la voce e la musica, questo perché si sta gridando più che cantando. Si urla guerriglia, rivoluzione, è un urlo di protesta:

Signore e signori, arrendetevi adesso,
assalteremo il parlamento, ammazzeremo chi si mette in mezzo.
Signore e signori, non avremo pietà,
se ci sputate sul futuro noi bruciamo la città
Tamango, Matador, 2026

Il verso Io non sono un matador, ma qualcuno dovrà pur farlo è di una potenza comunicativa incredibile. Il brano racconta di bambini che diventano giovani adulti e vedono il mondo andare a puttane per colpa dei grandi, dei potenti. Parla di ragazzi che non vogliono seguire l’omertà dei loro genitori, che si sentono in dovere di combattere per il loro futuro. Lo stile musicale nel disco è molto vario: Claudio Bisio, ad esempio, è un brano rockabilly, Vado, invece, ha un’introduzione strumentale di 1 minuto e 20 interamente d’impronta jazzistica e, inoltre, si tratta di una canzone con un richiamo alla dimensione cantautorale morto forte, sia per l’accompagnamento che per lo stile narrativo. 080923 è un intermezzo musicale di pianoforte solo, posizionato esattamente a metà del disco. Anche in questo caso si tratta di una scelta inusuale, dal momento che tendenzialmente gli strumentali vengono utilizzati negli album come outro o intro. Molto presente nell’album è l’idea della dissoluzione dell’io e della morte, due concetti che a tratti vengono estremizzati, specialmente in Morire, in Corso Francia dove la voce è distorta e le parole quasi non si riescono a capire. Il brano si apre così:

Vivo giorni di morte,
che se morissi oggi non me ne accorgerei
Tamango, Morire, in Corso Francia, 2026
e rappresenta una vita dissoluta che improvvisamente viene spazzata via — in questo caso da un tram, in Corso Francia a Torino. Questa visione è proiettata anche in Una casa in campagna, un brano che inizia lentamente per poi proseguire con una dinamica che cresce e va verso il forte, accompagnando l’ascoltatore nella scoperta della storia e delle emozioni che si vogliono evocare. Mette i brividi. Se qualcuno crede ancora che il panorama musicale sia incredibilmente piatto e che la musica oramai sia arrivata ad un punto di non ritorno, i Tamango ci dimostrano che non è così, che i giovani hanno ancora voglia di esplorare correnti musicali non in hype e lontane dall’industria musicale attuale. Ci vuole coraggio e certamente non si può aspirare alla fama immediata che molti artisti riescono a ottenere adattandosi alle strategie social, fama che nella maggior parte dei casi è transitoria e si perde con la stessa velocità con la quale la si è conquistata. I Tamango costruiscono lentamente, puntando sulla collettività e sull’autenticità artistica, valori dai quali il collettivo non può e non vuole prescindere.

30.06.2026 Lucrezia Spedicati