Sono diversi mesi che vorremmo parlare di negozi di dischi, vinili, musica da acquistare e del rapporto con il venditore. Il Record Store Day poteva essere una buona occasione, ma abbiamo scelto di aspettare il momento giusto e, soprattutto, la realtà giusta. Da un po’ di tempo su TikTok avevamo uno scambio di pensieri e opinioni con Decibel Record Store e, un po’ di pancia, abbiamo deciso di approfondire questi interessi comuni. Abbiamo fatto due chiacchiere con Daniele Adolfo Venti, il quale ha un percorso di studi in ambito umanistico e della comunicazione, con due lauree. La prima in Scienze della Comunicazione, con una tesi sul passaggio dal linguaggio analogico a quello digitale e su come questo abbia cambiato comunicazione, pubblicità e psicologia di massa, particolarmente focalizzata sul valore del supporto fisico nella musica. In seguito ha conseguito una seconda laurea in Filologia Moderna, continuando ad approfondire il rapporto tra musica, media e modi di ascolto, lavorando su una ricerca legata alla discografia e a confronto tra ascolto analogico e digitale. La tesi metteva a confronto due produzioni pubblicate da Sony RCA: una registrata interamente in analogico su nastro e una realizzata con sistemi digitali e ibridi, evidenziando le differenze nel modo in cui il suono viene costruito e percepito. Accanto al percorso accademico, lavora da circa vent’anni nel mondo della musica come publisher e produttore discografico, collaborando con diverse realtà indipendenti e progetti legati soprattutto alla scena punk rock italiana.
Raccontami un po’ questa realtà.
Decibel Record Store è nata a gennaio del 2006. È un negozio di dischi online con distribuzione in tutto il mondo tramite corrieri tracciati e punti inpost. All’interno del progetto operano tre etichette. La prima è Interferenze, ex CSSP Records, un’etichetta che in Italia negli ultimi vent’anni ha stampato numerose uscite legate soprattutto al punk rock italiano più conosciuto. La seconda è Obscura Vox Records, dedicata alla musica estrema: black metal, death metal, noise e musica sperimentale. La terza è Decibel Classics, un’etichetta in formazione pensata per dare voce agli esecutori e compositori di musica classica nella provincia di Caltanissetta, nel centro della Sicilia, una città infame, bella, ma che ti fa fare le ossa. Si tratta di un contesto difficile: vent’anni fa era più semplice operare, oggi è diventato molto più complesso. Io sono un produttore fonografico, attivo da molti anni nel settore. Recentemente abbiamo stampato l’ultimo disco dei Libidine, una band romagnola piuttosto conosciuta nell’ambito punk rock italiano. Il disco si chiama Trip ed è uscito in tiratura limitata, ma è disponibile su tutti i principali portali di distribuzione digitale, come Spotify, Amazon e Deezer. La band si esibirà al Panca Deca Festival, al Circolo Magnolia di Milano, il 5 settembre, insieme a importanti nomi della scena punk internazionale. In sintesi, questo è il progetto: una realtà che unisce distribuzione, etichette e produzione discografica.
I punti più semplici per fare cose del genere sono le grandi città, quindi volevo sapere: com’è vivere questa realtà a Caltanisetta e qual è il rapporto con i cittadini?
Il problema della Sicilia è fondamentalmente legato alla comunicazione, mentre nei grandi centri come Bologna, Firenze e Roma, in particolar modo, ci sono tra i più grandi distributori, quali ad esempio Discoteca Laziale o Contempo Records. Contempo Records è stato il primo produttore di Christian Death, quindi gente veramente incredibile nel mondo della musica alternative. La Sicilia è lontana, quindi la questione diventa un po’ più difficile. Eppure è un’isola che ha una grande storia e tradizione di band e realtà underground. Per il nostro caso, noi ci occupiamo principalmente di alternative e derivati. Ad esempio, a Catania abbiamo gli Uzeda, prodotti da Steve Albini, produttore anche dei Nirvana. Non parliamo poi di Palermo, che è la capitale del punk hardcore. Ha visto nascere realtà importantissime, una su tutte la Radiation Records, poi trasferitasi a Roma, fondata da Marco Sannino, bassista dei Sempre Freschi, band leggendaria del punk italiano nata proprio a Palermo. Anche se Torino ha avuto e ha ancora band importanti, Palermo è un po’ la mecca del punk hardcore in Italia. La Sicilia, spesso dimenticata, vive comunque un underground potente e riconosciuto anche a livello internazionale, grazie anche all’attività discografica. A Caltanissetta ci siamo noi: qui abbiamo una delle più grandi black metal band al mondo, gli Heretical, che ho prodotto con il mio vecchio label Six Records. Gli Heretical hanno avuto anche il batterista degli Schizo, Dario Casabona, band storica di Catania. Il rapporto con il pubblico oggi è un po’ complicato. Palermo è molto attiva, fa tanti concerti e ha turismo, mentre Caltanissetta è più isolata, essendo nel centro della Sicilia. Però la cultura del disco e della copia fisica, dopo anni di limbo digitalizzato, sta tornando. La società digitale ha ridotto il contatto con la materia, tra libri e musica. Io credo però che la materia resti necessaria: finché l’uomo sarà in carne ed ossa ci sarà sempre bisogno del contatto con il reale. Non credo che l’editoria o la discografia possano sparire. Il digitale ha anche fragilità: tutto ciò che è nel cloud può andare perso. Un libro o un disco invece restano oggetti fisici, anche se deperibili. E nella musica la differenza si sente: tra Spotify e un disco stampato cambia completamente, perché il supporto fisico contiene più informazioni sonore. Lo stesso vale per i libri: la dimensione materiale resta fondamentale.
Le nuove generazioni possono avere un peso fondamentale in tutto questo processo. La mia generazione ha il bisogno di sentirsi vicino all’artista, voler toccare con mano la musica, l’energia. Sta effettivamente tornando l’interesse nei confronti del mondo analogico?
Negli ultimi anni c’è stata una specie di bolla: qual è il tuo piatto preferito? Se tu lo mangi ogni giorno, dopo un po’ non è più il tuo piatto preferito. Allo stesso modo, immagina bambini e ragazzi nutriti solo con telefono e tablet: a un certo punto manca lo stimolo. Però è fisiologico che arrivi il bisogno di tornare al mondo tattile. Mi è capitato proprio di vendere a dei ragazzini di 10–11 anni, anche bambini, dischi tipo dei Led Zeppelin, degli AC/DC, dei Beatles. E ti chiedi: “Come sono arrivate queste band a loro?” O dai genitori oppure dai contenuti che vedono sui social. Secondo me ci sarà sempre più bisogno di tornare al contatto con la materia. Allontanarsi dalla materia non ha portato grandi risultati, siamo stati un po’ anestetizzati. Anche il ritorno ai concerti dopo il Covid ha riacceso questa cosa: la necessità di scoprire le cose da soli , andare in un posto, sentire un pezzo, poi fare 2+2 e scoprire l’artista. Poi c’è anche un discorso di “moda”, nel senso che oggi forse non tutti arrivano al disco o al libro per consapevolezza. Qualcuno ci arriva perché è “figo”, perché lo vede, perché rientra in un’estetica. È un po’ mortificante da dire, però funziona così. Però quei sette su dieci magari poi ci arrivano davvero al contenuto .
Se dovessi approcciare le generazioni giovanissime come faresti risultare interessante questo mondo?
Questa è una domanda bellissima e difficilissima. In effetti, come ti dicevo prima, puntare sul discorso etico sarebbe controproducente, perché li annoieresti, i ragazzi. Io, da un punto di vista culturale, sono convinto che le nuove generazioni siano molto più assetate di come eravamo noi, molto più affamate. Perché mentre noi siamo nati nel mondo del reale, non siamo immigrati nel digitale: noi siamo nati nell’analogico, per così dire, come dice Eco, tra “apocalittici e integrati”. Noi avevamo tutto disponibile: eravamo obbligati a comprare il disco per scoprire cosa c’era dentro un album, oltre al singolo che magari passava in TV, su MTV o simili. Oggi i ragazzi invece sentono già il bisogno di ritrovarsi dentro un mondo che è concreto. E io me ne rendo conto proprio da questa piccola città al centro della Sicilia, dove ogni movimento è come il battito di una farfalla, ma è determinante per capire l’andamento anche del mercato. Io ti parlo da negoziante, oltre che da produttore fonografico: sono fiducioso del fatto che i ragazzi non abbiano bisogno di una spinta “forzata” dal punto di vista comunicazionale. Essendo cresciuto con le riviste in edicola credo il modo migliore per far arrivare i ragazzi alla musica fisica siano i giornali. Perché il giornalismo musicale oggi lo fanno tutti sui social, ma è difficile trovare chi lo fa stampato. Ed è lì che cambia il rapporto di qualità: quando trovi qualcuno che si prende il tempo di stampare una copia, lì si alza il livello. Però quello è anche un compito vostro, nel senso: voi siete gli alfieri della scacchiera, siete voi che ricostruite il disegno.
A questo proposito vorrei saperne di più del rapporto tra acquirente e venditore. Ti capita che venga qualche cliente chiedendoti dei consigli su cosa acquistare?
Io, essendo cresciuto nei negozi di dischi, avevo sempre un venditore di fiducia. Ogni venditore poteva farmi scoprire della musica che non avrei trovato in un altro luogo. Noi, ad esempio, abbiamo un sacco di dischi che non passano in televisione o in radio, ma che valgono tantissimo. Ad esempio venerdì scorso, durante una serata in un locale della provincia, ho scoperto un sacco di dischi della Sub Pop, la prima etichetta legata all’area di Seattle. Il negozio di dischi ti può far scoprire cose che sui social non vedresti mai. Io, da venditore, ti consiglio di ascoltare iFrànçois & the Atlas Mountains. Il nostro ruolo è quello di farti capire che amiamo quello che proponiamo. Io amo quello che faccio. Anche se mi sono laureato due volte in lettere, probabilmente avrei aperto comunque un negozio di dischi, perché ci sono cresciuto. E quando la gente entra, magari guarda i titoli, vede una copertina e dice “ma questo disco?”. Io lo faccio ascoltare subito, anche lì: questo è il vantaggio del digitale, nel senso che non ti mando il link, lo ascolti immediatamente. Se ti piace, lo prendi. Quindi oggi, in questa società liquida, è fondamentale affidarsi a qualcuno che conosce quello che vende. Vale per tutto, non solo per la musica: anche per un panino, per dire. Se uno ti fa assaggiare qualcosa e ti racconta da dove viene, tu ti innamori di quel prodotto. Magari non ti piace subito, ma ti incuriosisci. E lì nasce la cosa importante: vedere con gli occhi di un’altra persona. Io ho investito tutta la mia vita su questo linguaggio, che è la musica, che è un linguaggio universale. Non l’ho fatto a Milano, Roma o Bologna: l’ho fatto dal centro della Sicilia. E devo dire che, anche se questa attività è nata da poco, i risultati stanno arrivando. Però sì, il problema oggi è che è più facile parlare attraverso i social che faccia a faccia. E invece servirebbe più contatto umano, più fiducia, più presenza.
Come sono i negozi di dischi all’estero?
Non ho avuto un’esperienza diretta all’estero, ma in Italia sì, moltissime. E ti direi che oggi realtà come queste sono fondamentali, perché tengono viva tutta la filiera fisica della musica. In primis c’è Radiation Records, che per me — da un punto di vista affettivo ma anche oggettivo — è il numero uno. Poi c’è Contempo Records a Firenze, che è una realtà fantastica. E ti segnalo anche Flamingo Records di Genova, un negozio bellissimo che tratta punk rock e derivati, promotore della scena culturale punk in Liguria. Poi c’è anche Sound Cave a Milano, che è uno dei negozi più importanti al mondo per la musica estrema
Al termine dell’intervista, dopo esserci ringraziati reciprocamente per l’illuminante conversazione avuta, mi è stata inviata la seguente canzone, che a questo punto io condividerò con voi:
E tu, cosa ne pensi a riguardo?
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