La continua ricerca di Rancore
Ascoltare il nuovo album di Rancore è stato spaesante e meraviglioso, come essere catapultati di nuovo nel suo mondo pieno di significati, di immagini e di parole; e ogni volta è un mondo diverso. Il primo portale che ho aperto è stato quello di Musica per bambini, nel 2019, che mi ha condotto in un universo fatto di giocattoli, di draghi e storie sfumate come ricordi; da lì ho iniziato a immergermi in tutti quegli immaginari, dalle strade del Tufello fino allo Xenoverso, che, come in un labirinto ti mettono davanti mille domande e ti aprono un mondo con ogni parola. Proprio le parole e la comunicazione sono centrali in questo ultimo album. In Fanfole, il singolo che ha preceduto l’uscita del disco, il linguaggio viene utilizzato come una protesta, svuotando le parole del loro significato e giocandoci liberamente come ripicca verso un Paese in cui le parole non sono libere, diventano illusioni e scatole vuote, perdendo il loro potere di fare la differenza.
poi scappano
e adesso si meritano un testo che non c’è
In Involucri il linguaggio assume un significato di liberazione: A volte basta una parola detta nel modo giusto per curare la paranoia. La parola che ha il potere di cambiare la lettura del mondo è in grado di sbrogliare matasse di pensieri e riportarci al presente, permettendoci di valicare i muri che ci separano dagli altri. Con Basta! il mondo è descritto come in overdose, bombardato di stimoli. È come se tutte le parole assumessero all’orecchio di chi ascolta lo stesso suono, tanto siamo distratti e assuefatti dal vuoto del nostro modo di comunicare. Ma una parola è anche una definizione, un’etichetta, è il nome in cui si racchiude l’identità. Ne I fiori del male Rancore cita Cecco Angiolieri, assumendo l’identità dapprima del fuoco, poi del tempo, arrivando al sesso, al mare, al male, in cui ogni verso sfocia in un paradosso:
per chi le sa guardare e ascoltare.
Forse abbiamo una scelta, di colitvare semi diversi. In Neminem, il rapper romano dichiara di non essere nessuno. Questa parola non appare come vuoto o negazione, ma si tratta di un modo per sfuggire alle etichette, ai ruoli imposti, alle pressioni sociali e alla gara con le versioni che gli altri vedono di te. Come per Ulisse, essere Nessuno diventa una strategia, un modo per essere libero. Appare allora emozionante ripercorrere l’evoluzione dell’atista, partendo dal 2016, in cui in Segui Me ci introduce se stesso con nome Rancore, di cui ci spiega il significato e l’etimologia, facendoci sentire addosso la rabbia e la voglia di riscatto di un ragazzo di sedici anni che dellla vita ha già visto le contraddizioni e cerca di prendersi il suo posto nel mondo, fino ad arrivare a uccidere la parte romantica e adolescenziale di sé ne La morte di RINquore e percepire il suo costume come stretto in Xenoverso, dove nel brano Questa cosa che io ho scritto mi piace sembra che il nome che egli stesso ha scelto per se sia un alimitazione, che gli preclude di vivere emozioni come la pace e felicità senza risultare contraddittorio. Fino ad arrivare con Neminem a rivendicare quella libertà di scegliere giorno per giorno chi si vuole essere e chi dare spazio a chi si è realmente. Proprio in questo rifiuto delle etichette risiede il senso profondo di Tarek da colorare. Rinunciare a una forma fissa non significa scomparire, ma darsi la possibilità di essere tutto. Tarek spoglia l’artista Rancore dei suoi costumi pesanti e si mostra come un album da disegno ancora aperto: un insieme di linee e contorni complessi che non cercano una definizione assoluta, ma che chiedono solo di essere riempiti. Non ci sono risposte pronte, e forse è proprio questo il bello. In un mondo che ci vuole già dipinti e catalogati, Rancore ci ricorda che la vera libertà sta nel lasciarsi, costantemente, da colorare.
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