Al mio Paese non è una denuncia, ma una narrazione
DELIA, ventiseienne paternese, ha gareggiato nella competizione musicale di X Factor nel 2025 e ha subito numerose inutili critiche. Sotto i post delle esibizioni, molti non capivano la scelta di Delia Buglisi di cantare nella sua lingua madre, il siciliano, portando avanti non solo questa territorialità nei testi, ma anche nello stile che riprende molto del cantautorato siciliano storico, di cui Rosa Balistreri è- e sarà per tanto tempo- la massima esponente. Io che X Factor nemmeno lo seguo, avevo ascoltato delle sue canzoni sotto consiglio di amici e questa polemica mi era sembrata dettata da quei pochi fascisti della musica che vogliono rinchiudere la storia della canzone italiana in rigidi limiti di influenze e di inflessioni. Perfino al Festival di Sanremo, il più grande concorso canoro della nostra nazione, il dialetto non è più un tabù dal 1986 con Nino D’angelo. Poi è seguito Pitura Freska, con Papa Nero in veneziano, Davide Van De Sfroos, con Yanez in dialetto comasco e infine Geolier, il nostro Geolier, che è arrivato secondo con I p’ me, tu p’ te. Tantissime volte su queste pagine abbiamo parlato di musica identitaria, dell’importanza della lingua che si porta storie e culture, per cui, la cultura siciliana mi sembra essere ugualmente importante rispetto a quella napoletana o veneziana. Quindi? Il problema reale del pubblico italiano è quello di non capire, ma questa ignoranza non spinge i consumatori di musica a fare ricerca e a stupirsi nel conoscere un mondo completamente nuovo, piuttosto li fa tornare indietro nel tempo, a quei rigidi paletti di frazionamento.
La carriera di DELIA non solo non ha minimamente risentito di queste critiche, ma piuttosto se ne è nutrita e qualche settimana fa ha risposto con una delle collaborazioni più riuscite per una giovane emergente: il singolo AL MIO PAESE di Serena Brancale, con la partecipazione di Levante e di DELIA, appunto. La canzone si inserisce perfettamente nell’immagine territoriale che la cantante paternese dà di sé e riesce a raccontare anche le colleghe Levante e Brancale. Claudia Lagona era la prima volta che cantava in siciliano, ma è sempre stata molto fiera delle sue origini. Anche Brancale viene dal conservatorio e dal Sud, da San Ferdinando di Puglia, e anche lei all’inizio del suo successo è stata associata alla sua terra con la canzone Baccalà; il brano era sperimentale, energico e divertente, ma ha dovuto costruire la sua carriera in modo anche da distaccarsi dalla sua terra, per poter ricordare il suo talento da vera jazzista. Il rischio era quello di restare una macchietta per quei fascisti della musica. La canzone parla di questo legame che disorienta e attacca a un’immagine nostalgica che fonde infanzia e tratti folkloristici.
Mi sento una gitana per la strada
Le notti in metropolitana
Mi manchi, ma domani torno a casa
Serena Brancale, Levante, DELIA, AL MIO PAESE, 2026
Ciò che raccontano, è una sensazione che noi tre, Chiara, Lucrezia e Alessia, abbiamo provato spesso. Anche noi del Sud, anche noi viviamo lontano da casa, e il rischio ogni volta è quello di essere sminuite a gitane, o semplicemente ridotte a un’ esotico personaggio. Tra il voler essere cittadini del mondo e essere orgogliosi delle proprie differenze, c’è sempre una fase in cui il distacco dal mondo e dagli altri può dare una percezione errata di noi. Quello di cui le tre cantanti parlano, è il ricordo della loro terra ed è necessariamente imbevuto di immagini superficiali: le madonne, le lenzuola stese, le donne affacciate alla finestra. E non che questo non faccia parte del Sud, non solo, ma quando si è lontani e si è distanti si diventa estranei e la nostra terra ci affascina allo stesso modo dei turisti: le bancarelle, le piazze piene, le luci accese. Al mio paese non racconta né la Sicilia, né la Puglia, ma racconta la nostalgia di chi è nato lì e se n’è dovuto andare. Il disorientamento che provano a vivere in un’altra città - una metropoli magari- le porta a un frazionamento delle proprie identità territoriali che si può esprimere solo con mi manchi, di quella immagine di terra che non stiamo vivendo e che ormai è inquinata dalla nostra nostalgia.
Dunque Al mio paese è il racconto dei cliché che vengono attribuiti al sud italia o la perfetta resa a parole delle emozioni complesse di chi sceglie di allontanarsi?
La nostra opinione si avvicina più alla seconda opzione, perché chi sceglie di andare via per costruirsi una vita altrove non è mosso unicamente, come spesso si tende a pensare, dalla scarsità della proposta lavorativa. Questa è stata nella maggior parte dei casi la tesi fondante delle critiche che sono state rivolte al brano, abbiamo letto che il sud è in crescita nel settore terziario, che le prospettive sono buone, ma non ci è capitato di leggere della sopraffazione che vivere nella difficoltà comporta. E quando si parla di difficoltà non s’intende solo quella economica, ma anche emotiva. Tutto quello che viene citato nel testo: le feste, la gente per strada, l’accoglienza del sud, talvolta può travolgere. E se allora ci fosse bisogno di prendersi spazio e tempo per tornare ad apprezzare tutte le caratteristiche e peculiarità che il nostro paese offre? Per anni abbiamo contestato con forza l’antimeridionalismo, i pesanti giudizi che arrivavano dal settentrione nei nostri confronti, ma dai commenti che la canzone ha scatenato pare che abbiamo noi stessi assorbito questo atteggiamento giudicante. Perché non proviamo a guardare alle ferie, citate nel ritornello e che hanno suscitato così tanto scalpore ー perché al sud la gente lavora, non esiste solo la vacanza al mare ー , in modo diverso? Se ribaltassimo il punto di vista e intendessimo la parola ferie come comfort? Attribuire a questa canzone l’idea di sud come posto in cui ci si riposa e nord posto in cui si lavora duramente è esso stesso un cliché e limite societario, si tratta di un pensiero scaturito proprio da quei giudizi assorbiti di cui parlavamo poche righe fa.Un verso come quello cantato da Delia,
Gente ca mangia, ca beve e ca chiange quannu risente il suo accento
Serena Brancale, Levante, DELIA, AL MIO PAESE, 2026
ha una potenza narrativa evidente, evoca un sentimento comune a tutti i fuorisede.
Il brano dunque, piaccia o meno, racconta una realtà ben definita. Che si tratti di una realtà scomoda, che vorremmo fosse diversa? Questo è decisamente innegabile, tutti noi vorremmo non dover scappare, qualunque sia la motivazione. L’intento dei brani non deve sempre essere una denuncia alla società, è lecito portare in scena la narrazione della quotidianità di una certa fascia di popolazione, e Al mio paese non ha mai avuto la pretesa di essere qualcosa di diverso.
Essere un meridionale dislocato è emozionante: ci sono dei pregiudizi che si confermano veri. Basta salire un po’ più a nord, verso il centro, dal Lazio in poi, per scoprire che i mezzi pubblici esistono e che puoi viaggiare ovunque: in un solo giorno puoi raggiungere qualsiasi luogo. Allo stesso tempo ti mancano le cose più pure. Ti manca salire a casa di un’amica che, dal suo balcone, ti invita a prendere un caffè, e lì ci trovi sua madre, la vicina di casa e qualche altro parente o amico.
Giri le case di tutti i parenti perché: “Se non vieni, mi offendo”.
Serena Brancale, Levante, DELIA, AL MIO PAESE, 2026
È la regola quando scendi giù: devi bussare alle porte di tutte le nonne, le zie, le amiche e le mamme, salutarle e raccontare come sta andando, adesso che sei ‘lontana’. Per loro non sei la ‘gitana’ che si aggira in metro con occhi guardinghi: sei quella che ha scelto di emanciparsi, di allontanarsi per esplorare. Noi tre, tutte fuorisede, sappiamo bene cosa significhi questa sensazione: ognuna delle nostre realtà ci ha insegnato cosa stiamo mettendo in pausa. La Puglia, la Sicilia e la Campania sono una scuola di vita che ti insegna come stare al mondo e camminare sui tuoi passi, facendoti guidare dall’energia delle cose. Se studi a Napoli, arrivi all’università attraversando il centro storico, passeggiando per Spaccanapoli, immersa nell’odore dei taralli e delle sfogliatelle, con il venditore ambulante di cornicelli che sa che non riuscirà mai a incastrarti, perché il cornicello va regalato, sempre. Nella nostra scuola meridionale ci insegnano la sacralità della superstizione: ciò che è sacro e ciò che è profano. Non passare sotto ai cartelloni, toccare ferro. Poi i detti, che quando provi a spiegare ad alta voce ti guardano tutti con un misto di confusione e curiosità. E poi il mare: siamo gente di mare. Il distacco lo senti quando finisci in una bella città che ha tutto, ma non ha una spiaggia in cui lanciarti quando le cose non vanno. Forse è per questo che sembriamo andare in ferie quando torniamo a casa nostra: l’arte della pausa, che poi pausa non è, ma è saper conciliare la produttività con l’energia del posto, senza che ti risucchi in un vortice di impegni e rigore. Le nostre terre sono diventate, con il tempo, oggetto di scherno. Venire dal Sud significa venire da dove è sempre festa, come se vivessimo in un parco giochi che non lascia spazio all’interesse genuino nei confronti della cultura. È nostro compito educare chi non è nato nelle nostre città a venirci nel modo giusto. Napoli non è la terra dei malesseri in motorino che ti conquistano e poi ti lasciano con l’amaro in bocca e un “piccerè”, la Sicilia non è solo quella dei limoncelli e la Puglia quella delle vacanze dei ragazzini; le nostre città non sono i meme che vanno virali su TikTok. Abbiamo molto di più da offrire. Per voi Al mio paese racconta un’immagine che scambiate per reale, per noi racconta un nodo allo stomaco difficile da districare.
02.05.2026
Chiara Calcara, Lucrezia Spedicati, Alessia Restucci
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