Liberarsi dall’incanto


Disicanto, l’ultimo album di Madame

Cercando il significato di disincanto mi sono imbattuta in tre possibili sottotesti: disillusione, realismo o scetticismo, e, infine, liberazione. Quest’ultimo mi ha colpito più degli altri, forse perché è l’unico che non implica necessariamente qualcosa di negativo. Il disincanto è, a tutti gli effetti, una liberazione da uno stato di illusione: non solo dis-illude, ma libera. Ci estranea dai castelli di idee entro cui stavamo abitando. Disincantarsi implica aver attraversato un periodo fumoso, poco nitido. C’è il disincanto dell’età adulta, quando superi l’infanzia e l’adolescenza e ti rendi conto che la vita vera è questa. C’è il disincanto dell’ondata di successo: mi amano davvero o sono solo presi dal fenomeno? C’è il disincanto legato alla carriera, che spero di non dover vivere mai. Ogni incantesimo può finire, in ogni momento uno schiocco di dita può risvegliarci dal sogno. Madame è sempre stata quell’artista che mi ha fatto pensare: “se iniziassi ad ascoltarla so che mi piacerebbe, e pure tanto”, ma che per qualche assurdo motivo non ho mai approfondito. Con l’ultimo album ho sentito la necessità di aprire questa porta: mi hanno catturato il nome, DISINCANTO, il testo di VOLEVO CAPIRE con Marracash — ascoltato distrattamente, forse su TikTok — e infine il titolo della canzone LA PERSONA PEGGIORE DEL MONDO. Delle volte devono solo crearsi i giusti presupposti per iniziare qualcosa: se a questi si aggiunge una nostra predisposizione, è fatta. Questa sarà una recensione fatta da una non-fan, da una persona che non conosce ancora davvero il percorso e la carriera dell’artista, ma che si è aperta all’ascolto di questo album con completa curiosità. Dopo il primo ascolto sono rimasta zitta, come se avessi ricevuto uno schiaffo in piena faccia. Mi è sembrato di ricevere un vomito di verità, uno dietro l’altro, ininterrottamente. Poi ho cominciato ad ascoltarlo in loop: volevo capire di più. Il nuovo album di Madame, uscito il 17 aprile, conta 14 canzoni e dura 42 minuti. Si apre con DISINCANTO, che avevamo già avuto modo di ascoltare come singolo, e procede con un vero e proprio disincanto di tutto: come se aprisse gli occhi dopo un lungo blackout, prendendo consapevolezza del mondo attorno a sé. COME STAI? è la domanda che pone: nel testo dice sono una banale storia vittimistica, e poi arriva a colpire l’intera industria musicale. L’inizio del brano è tutto basato su questo; la seconda parte, invece, sembra raccontare di come lei stessa abbia sfruttato questo mondo, di come vi si sia inserita. VOLEVO CAPIRE costruisce uno scambio diretto con Marracash, il primo featuring dell’album. Francesca Calearo apre il testo con una serie di dubbi che la assalgono; Marra le risponde, portando la sua visione e citando anche Rosalía con il suo Mio Cristo piange diamanti. OK, già uscita come singolo. Segue INVIDIOSA, che la mette in rapporto con un’altra persona: dall’invidia si passa all’odio, un sentimento che nasce facilmente quando ci si sente inferiori. MAI PIÙ è un dissing in musica: Madame ce l’ha con il primo manager che gareggia a Sanremo e contro un giornale di rap italiano. Il manager in questione sembra essere Shablo: il riferimento a Sanremo e la rima “Diablo, -ablo” lo rendono piuttosto evidente. Il giornale, invece, potrebbe essere ESSE Magazine, che da un po’ sembra essersi allontanato dalla musica per trattare gli articoli in maniera più scandalistica. NO PRESSURE è quella che ho ascoltato di più, forse perché tra le più leggere e orecchiabili. Questa sensazione sparisce subito con la traccia successiva, BESTIA:

Esci dalla mia carne
Ti prego, non voglio impazzirе per te, morire di tе
Rinchiudermi dentro la morsa tua, bestia
Madame, Bestia, 2026
È un verso potentissimo. Chiunque abbia convissuto con un pensiero ossessivo sa quanto possa essere mostruoso: più lo alimenti, più cresce, fino a diventare abbastanza imponente da divorarti. E poi, forse, quel pensiero non è neanche reale. Madame cerca di modularlo, di ridurlo, di tenerlo a bada, come se fosse un demone. L’idea di sentirsi disabitata rende perfettamente il concetto: tutti i pezzi di noi sono impegnati a combattere questo mostro invisibile, e non resta più nessuno a dare calore dall’interno. In ogni album particolarmente denso esiste sempre una canzone che rompe l’incantesimo. In questo caso il ruolo di pausa è affidato a PUTTANA SVIZZERA, in collaborazione con Nerissima Serpe, Papa V e 6OCCIA. Nonostante il mood diverso, riesce comunque a racchiudere il concetto di disincanto, portando energia e movimento. In ROSSO COME IL FANGO unisce la fonte dell’origine — il sangue — con il fango, ciò che è terra. Si racconta nella sua evoluzione, nell’acquisizione di un’indipendenza completa; e quando ti fai da sola arriva anche quell’arroganza che non deve sopraffarti. Dall’arroganza si passa al senso di colpa:
Non sono diversa, ma ho la fortuna alla mia
Col senso di colpa che la fortuna è la mia
Madame, Rosso come il fango, 2026
quasi che questa fortuna fosse un peccato. Seguono NON MI TRADIRE, ALLUCINAZIONI e LA PERSONA PEGGIORE DEL MONDO, costruendo un percorso che passa da un rapporto io–paura, a io–allucinazione, fino a io–colpa. L’album si chiude con GRAZIE, un monologo in cui inserisce tutta se stessa: come se fosse davanti a un terapeuta, si apre e racconta ciò che ha dentro. Conclude prendendo coscienza che la sua vita, forse, non è poi così male — e ringrazia, sinceramente. A me, personalmente, questo album è piaciuto molto. Sono entrata in sintonia con l’artista e, grazie alla sua messa a nudo, ho potuto apprezzarla per quello che è. Spesso la musica arriva quando serve davvero: rompe l’incanto e ci costringe a vedere dove siamo.

20.04.2026 Alessia Restucci