I tatuaggi e la musica
Ho sempre pensato che i tatuaggi nascessero da un’urgenza. Almeno quelli che ho fatto io. Non mi è mai piaciuto ponderarli troppo: ogni mio tatuaggio è sempre stato una stretta conseguenza di un momento di vita vissuta che dovevo imprimere sulla mia pelle, come quando disegno tra le pagine del mio diario segreto. Il mio primo tatuaggio l’ho fatto a diciott’anni, come da copione: potevo finalmente decidere come colorare la mia pelle. Fu l’inizio di qualcosa. Da quel momento mi sono trattata come le pareti di una stanza sulle quali appendi i tuoi quadri preferiti, poi i poster, i dischi. Se parliamo d’urgenza, la musica sa essere un forte motore, un prepotente incentivo che, con i suoi testi e le sue melodie, ti trascina e ti sviscera dall’interno. Io ne ho almeno cinque che mi legano alla musica: a un artista in particolare o semplicemente a contesti in cui ho provato così tanto da non sapere come, e dove, incanalare le emozioni. Quello che ho sentito di più fu un tatuaggio fatto ormai quattro anni fa. La sera prima andai a un concerto che attendevo da una vita, di un artista che seguivo con fierezza da sempre. Il concerto fu incredibile, un’esperienza che mi travolse completamente: lo vissi come una catarsi. Mi risvegliò qualcosa che non riuscivo a comprendere. Mi resi conto di essere parte di qualcosa, di aver vissuto il momento, di essere stata io a saltare, cantare, divertirmi. La mattina seguente mi catapultai nello studio più vicino a casa mia, che mia madre aveva già avuto modo di frequentare, e chiesi un appuntamento per il primo momento possibile. Avevo una necessità frenetica di imprimere tutto sulla mia pelle prima che potesse svanire: non avevo fatto video, mi ero goduta il concerto nella maniera più semplice possibile. Ad accogliermi c’era Armando, un tatuatore che subito prese in carico la mia richiesta: potevamo farlo subito. Perché no? Mentre mi tatuava, io rivivevo tutta la serata, raccontandogli nei dettagli ogni piccolo episodio, e lui mi ascoltava, spero, con piacere. A un certo punto mi sembrò di far parte di una catena di montaggio in cui io ero il punto di inizio, da cui partivano gli input che confluivano, a parole, nella testa del tatuatore, che, come un braccio meccanico, li rendeva visibili a sua volta sul mio braccio: la tela di quell’esperienza. Ogni altro tatuaggio che abbia mai dedicato a una canzone o a un concerto l’ho vissuto esattamente con questo spirito. Così, per curiosità, qualche mese fa postai un video su TikTok in cui chiedevo alle persone di mostrare il loro tatuaggio dedicato alla musica: andò subito virale. Arrivarono centinaia di foto nei commenti, piene di storie intensissime. C’erano volti, frasi, rielaborazioni in immagini, copertine di album, note musicali: c’era un repertorio vastissimo che mi colpì profondamente. Mi chiesi quante persone avessero provato quello che avevo provato io, quante avessero dedicato uno spazio sulla loro tela di pelle alla musica. Fu incredibile. Quante storie sono state raccontate tra le pareti colme di disegni appesi con lo scotch, sporche di inchiostro e vaselina. Chissà quante mani, vestite di guanti in lattice, hanno convertito esperienze in tatuaggi, ascoltando un mix di musica d’atmosfera e racconti allucinati. Quanti di loro si sono fatti filtri. Il ruolo di chi tatua è importante, mi piace pensare che un tatuaggio si faccia in tre: ci sono io che desidero essere marchiata, c’è l’esperienza che mi ha portato a questo desiderio e c’è poi colui o colei che dà forma a ciò. Tutto questo ha portato me e Chiara alle porte dello studio Privilege Collective, in zona Tuscolana a Roma. Ci aspettava Alienart, tatuatrice che ci aveva scritto su instagram e che, per puro caso, aveva fatto a Chiara il suo primo tatuaggio. Ne abbiamo approfittato per chiederle di più del suo ruolo, della musica, del suo lavoro.
Sembri una foglia che si sveglia all'alba
Io, di certo, non ho finito qui: ho ancora così tante emozioni da provare che non posso mettere un freno a prescindere. Tutt’ora ho in ballo un’idea di tatuaggio nata dalla musica. Ero sul tram, persa tra i testi di una delle ultime uscite di questo periodo, e dopo aver ascoltato una canzone in particolare ho scritto ad Armando, di Sinister Tattoo (Lago Patria), con un impeto. Avevo solo la sensazione che mi aveva lasciato addosso quella canzone: è stato un momento esatto in cui le parole hanno coinciso con ciò che stavo provando, come la sovrapposizione perfetta di due pezzi combacianti. Dovevo dedicarci un tatuaggio, presto. Mi piaceva l’idea dell’individuo, mi piaceva l’idea dell’essere al centro dei processi decisionali, di essere fonte di dispersione di emozione ed energia, di essere un punto propagatore di luce, alimentato dalla terra, dalle acque, da tutto ciò che è vita, da tutto ciò che è pensiero. Armando non mi ha presa per pazza neanche questa volta, che io sappia; anzi, piuttosto ha ascoltato l’intero album e, dopo qualche giorno, mi ha mandato l’idea alla quale aveva pensato: era perfetta. L’idea è che, chiedendo, prenotando, un tatuaggio, tu chieda anche di capire ciò che stai provando, mettendo nelle mani del tatuatore le emozioni e i sentimenti che ti hanno condotta fin dentro lo studio. L’unione tra chi parla e chi ascolta crea qualcosa di irripetibile, crea un lavoro che non si può copiare a nessun altro, diventa unico. Ma questo, in fondo, è solo il mio modo di tatuarmi, cercando un’irripetibilità che non ha confini.
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