Stupire il pubblico per educare


L’intrattenimento della cultura, con DJ Yakuza

Il mese scorso siamo state ospiti a Backstage, il video podcast andato in onda sul canale Twitch di DJ Yakuza. È stata l’occasione per parlare di Fuori Tempo e della sua creazione, della musica che ci piace e per conoscere meglio Stefano Masella, in arte DJ Yakuza, scoprendo che in realtà avevamo già condiviso gli stessi spazi e gusti musicali. Da ragazze ventenni, serate, locali e discoteche sono sempre stati il nostro luogo di scoperta. Negli anni abbiamo visto questo mondo cambiare, Ale a Napoli, io a Roma: dall’Ex Dogana e l’Ex Caserma Guido Reni, agli Ex Magazzini, l’Ex Cartiera Salaria, il Muretto per il live e il Wishlist, dove Stefano portava il format Distortion. Poi la pandemia ha cambiato tutto, tra chiusure e nuove aperture, e noi ci siamo spostate verso Roma Est: il Qube, il Cieloterra e soprattutto il Largo Venue. Proprio lì abbiamo vissuto concerti che ci sono rimasti, da Ele A a Bassi Maestro, e dove torneremo presto per Diss Gacha. E intanto serate come Back to The Disco o Latte in Polvere hanno segnato i nostri vent’anni, tra playlist da indovinare e scommesse a colpi di birra. E con i miei amici ci siamo sempre chiesti come si costruiva la playlist di una serata del genere, fino ad arrivare a scommettere birre su birre per indovinare la prossima canzone che sarebbe stata inserita nel set. Quindi quando abbiamo conosciuto Dj Yakuza, DJ che ha suonato davvero nei migliori locali di Roma, non abbiamo potuto trattenerci dal chiedergli un’intervista. Eravamo curiosissime del suo lavoro, e avendolo esperienziato più volte da pubblico, sapevamo già che era un DJ che cura molto la sua selezione; abbiamo parlato di lenti, di pubblico, di aspettative di un lavoro che usa l’intrattenimento per espandere i gusti musicali della sala.

Che canzone metteresti sempre, a prescindere dal pubblico?
Oddio, è difficile, perché le canzoni sono strettamente collegate al tipo di pubblico che hai davanti. Il lavoro di DJ è dinamico: devi sempre leggere la pista, devi trovarti nella condizione di far divertire chi hai davanti, che spesso non è lo stesso della volta prima. Però, se devo dirtene una adesso, direi Makeba di Jain. È una canzone che ultimamente mi sta prendendo molto bene, soprattutto a inizio serata: ha un ritmo che ti fa muovere, ma non è da metà serata.
Quando hai iniziato, facevi molto caso a quello che voleva il pubblico o cercavi di mettere più cose che piacevano a te?
Allora, io da ragazzino fino ai vent’anni frequentavo discoteche rock: andavo allo Zoobar, al Circolo degli Artisti, al Blackout. Erano punti di riferimento per chi amava concerti, ma anche DJ set tra metal, punk e simili. Sono cresciuto lì e da lì è nata l’idea, anzi il desiderio, di mettere dischi. Pensavo: “Perché non mettono questa? Perché non mettono quest’altra?”. Quando ho iniziato sapevo già quali erano i pezzi forti, perché ero uno della pista. Però volevo anche sorprendere, meravigliare. Secondo me è la cosa più bella: stupire chi ti ascolta, anche con una semplice selezione musicale. La prima esperienza è stata proprio allo Zoobar, dove andavo a ballare da anni. Mi hanno messo subito alla prova: seconda sala, da solo, quattro ore, pista davanti. Non potevo sbagliare. Sono andato un po’ sul sicuro, ma mettendoci anche del mio. È andata bene e da lì ho iniziato il mio percorso.
E adesso, dopo anni, come prepari la playlist? Segui un tema o vai più libero?
Col tempo la cosa bella è che ho iniziato anche a organizzare serate mie. Se suoni in un locale devi comunque seguire una direzione: una serata rock è diversa da una pop anni ’90. C’è sempre un tema. A un certo punto ho deciso di creare i miei format e scegliere io cosa mettere. Così sono nate serate come CTRL_Lose Control(indie anni 2010, inglese e italiano), Sabotage (più sul dubstep), Italian Stail (tutta musica italiana) e Distortion (rock e metal). L’idea era seguire i miei gusti, ma mettendoci qualcosa di personale. Nei miei format faccio quello che voglio: se non ti piace come metto i dischi, non vieni. Ma quando lavori per altri è diverso: sei lì per fare un servizio. Per esempio, al Largo Venue — una pista enorme da 1000 persone — è impossibile fare una playlist totalmente di qualità e far ballare tutti. In una pista così generalista, qualsiasi pezzo metti scontenti qualcuno. Quindi cerco di costruire un percorso: inizio più soft, con anche novità, poi si sale, con pezzi più commerciali o elettronici, nel finale vai più a piacimento Dipende molto dal pubblico. Se prima c’è un concerto, devi creare continuità: non puoi passare da reggae a metal trap senza senso. Alla fine è sempre una via di mezzo: accontentare loro e accontentare me. Il pezzo trash può anche starci, ma il pubblico va anche un po’ educato. Una volta il DJ faceva scoprire musica nuova. Oggi è il contrario: è al servizio di un pubblico che vuole solo ciò che conosce. E questo crea un cortocircuito: alla fine sono tutti scontenti. Per me fare il dj è anche un voler educare. Magari c’è un pezzo che so che non balleranno mai perché è nuovo per loro, però glielo devo far sentire. Glielo faccio sentire oggi, sabato prossimo, tra tre settimane, tra due mesi… e vedrai che qualcuno in più lo ballerà
Cosa ne pensi della tendenza del pubblico a desiderare più un karaoke che della musica realmente ballabile?
Quando ho iniziato, vent’anni fa, non era così. Il karaoke c’era, ma era un’altra cosa. Questa tendenza è diventata forte negli ultimi anni ed è un po’ una condanna. Se vogliamo vederla in positivo: la gente ha bisogno di condividere. Dopo la pandemia ancora di più. E a me piace l’idea di cantare insieme, con amici o sconosciuti. Per esempio, quando ho creato Italian Stail, una serata tutta italiana, lo slogan era: si canta oltre che si balla. E infatti la gente cantava tutta la sera, perché la musica italiana — da Battiato a Battisti, da Lucio Dalla ad Achille Lauro o Salmo — in qualche modo ti appartiene. La gente cerca comfort zone: posti dove conosce già tutto. Non c’è più il piacere della scoperta. C’è anche un altro fattore: oggi tutti vogliono stare al centro dell’attenzione. Siamo nell’epoca dei content creator, degli influencer. Nei karaoke moderni — con band dal vivo, palco grande — la gente si prenota per avere quei tre minuti di visibilità. È una forma di esposizione. Non è sbagliato, ma può diventare morboso. La musica però è anche cultura, non solo intrattenimento. Il bello sarebbe trovare un equilibrio tra le due cose. E poi la gente non sa più ballare. Questa cosa mi devasta. Dopo trenta secondi chiedono di cambiare canzone. Io vengo dal rock, e lì il ballo era completamente diverso: pogo, pit, spallate… un modo fisico, collettivo. Quella cultura si è persa.
Proprio a proposito, ieri abbiamo visto un’intervista di Tredici Pietro a Tintoria, in cui diceva che nei live in discoteca la gente non ascolta davvero, perché è lì soprattutto per mostrarsi. È una sensazione che abbiamo ritrovato anche in serate come LCND Le Cose che Non Dici una serata di Anatema Napoli: tu come la vedi?
Sì, è vero. In teoria in discoteca ci vai con gli amici, per stare insieme, ma questo desiderio c’è sempre stato. Io anni fa suonavo in una serata dove la gente non andava per la musica. C’era un’estetica precisa: outfit neri, latex, pelle… ma soprattutto c’erano fotografi e fotoset. La gente andava lì per farsi fotografare. Il DJ set era secondario. Quando avevamo 25 anni era tutto molto basato sull’apparenza. Il sabato diventava il giorno in cui, dopo una settimana sui libri, ti trasformavi: outfit nuovo, presenza scenica, volevi brillare. Non era quello che cercavo. Per esempio, quando suonavo reggae — reggaemuffin, soul — il pubblico era completamente diverso: tutto rivolto verso di te e verso e le casse. Usano i fischietti, ti fomentano, ti fanno capire che stai facendo bene.
La musica ha il potere di cambiare il mood, ma anche di intensificare certi sentimenti. Ti capita mai di usare la tua selezione per far davvero connettere le persone in pista, un po’ come succedeva con i ‘lenti’ negli anni ’80? Con che pezzi lo faresti?
Adoro vedere il potere della musica sulla pista.. Ci sono momenti in cui guardi la pista e pensi: “ so benissimo come reagirà il pubblico a questa canzone” e poi lo vedi accedere. Sui lenti ho proprio un approccio da vecchia scuola: nelle serate lunghe, soprattutto nei miei format, gli ultimi 3-4 pezzi sono sempre lenti. Metto spesso Disperato erotico stomp di Lucio Dalla oppure Maledetta primavera e la gente canta, urla, con le lacrime agli occhi, e poi se ne va a casa così. Lo capisci quando hai fatto centro: la gente esce dal locale e continua a cantare. Con Italian Stail succedeva spesso. Mi piace tantissimo creare momenti di unione. Succede anche con il rock: se metto Dropkick Murphys, Blink-182 o Green Day, anche in un pubblico generalista, viene giù la sala. Sono gruppi punk rock, ma molto melodici, quindi accessibili: energia alta, ma senza respingere chi non conosce il genere. Anche con la musica italiana: dipende dal contesto, ma se metto Giuliano Palma o roba simile, si crea una sintonia incredibile. Vedi gente che non si conosce abbracciarsi. Io ho fatto incontrare coppie che poi mi hanno chiamato a suonare ai loro matrimoni. Ci sono anche serate rock in cui però questa energia non c’è: ambienti cupi, gente chiusa, nessuno vuole interagire. E questa cosa non mi piaceva. Per questo ho creato Distortion: venivo da contesti dove o si faceva lo “struscio” per le foto, o si doveva essere seri, scuri. Ma il rock non è solo quello. Il rock è anche stare insieme, bere, ballare.
Dopo appena quarant’anni i DJ Set, sono stati finalmente sdoganati ed è universalmente riconosciuta come un’esperienza strumentale utile ai live e alla musica più impegnata. Spesso il DJ Set fa parte di un segmento dei live, come nel caso di Salmo, o gli stessi rapper si improvvisano in DJ in alcune serate. Cosa ne pensi di questa fusione di ruoli e linguaggi musicali?
A me l’idea piace molto. Per esempio, quello che ha fatto Salmo è fighissimo. E, anche se può essere discutibile sotto tanti punti di vista, pure Jovanotti ha fatto cose simili e continua a farle. Questa è una cosa molto bella perché dai spazio a chi altrimenti non lo avrebbe mai, porti suoni da tutto il mondo e fai scoprire strumenti e generi nuovi. C’è una parte iniziale, poi il concerto, poi il post… è proprio un’esperienza completa. C’è ancora però una barriera culturale: il musicista ti dice “io suono, tu metti i dischi”. È una distinzione che andrebbe superata. DJ e musicisti possono convivere benissimo, senza che uno prevalga sull’altro. Anche perché oggi molti DJ fanno live set: suonano con pad, synth, strumenti. E viceversa tanti musicisti integrano elettronica. Se le cose sono fatte bene, funzionano, come per esempio okgiorgio: è uno dei migliori esempi oggi in Italia. Unisce chitarra, elettronica, loop… ed è bellissimo. E il pubblico lo capisce, infatti lo segue. Oggi abbiamo l’elettronica ovunque: sfruttiamola bene. E poi vedremo anche cosa succederà con l’intelligenza artificiale.
Se potessi dare un consiglio agli organizzatori di eventi — da DJ ma anche da organizzatore — quale sarebbe?
Ci vorrebbe un manuale. Però parto da una cosa: avere gusto musicale, lasciando da parte solo il guadagno. Il problema è che spesso i locali sono gestiti da persone con i soldi ma senza idee. Dovrebbero essere gestiti da musicisti, per i musicisti. Per esempio realtà come Germi, legata a Manuel Agnelli: lì entri e respiri musica. È tutto pensato per gli artisti, soprattutto emergenti. Il primo consiglio è: coerenza. Presentati al pubblico con un’identità chiara. La coerenza a volte limita, ma alla lunga paga perchè se hai una vera passione, la gente lo capisce. Secondo: trovare posti adatti e gestori collaborativi. Non quelli che ti dicono solo: “quanta gente mi porti?”. Se un locale ragiona così, vuol dire che non gli interessa la musica. La promozione deve essere condivisa: se la serata funziona, è merito di tutti. Un’altra cosa fondamentale: rischiare. Provare cose nuove, stupire, meravigliare. Il rischio d’impresa è inevitabile. Dipende da cosa vuoi fare. Se vuoi costruire un percorso, sarà più complicato, più lungo, più difficile. Però se lavori bene, sei coerente e ci metti passione — sembrano banalità — è il motivo per cui dopo vent’anni qualcuno ancora mi segue. Se vuoi fare questo lavoro mettendoci la faccia, devi fare delle scelte. Certo, puoi anche fare eventi “facili”: karaoke, serate anni ’90-2000… e guadagni. Ma cosa stai portando di nuovo? Non fai crescere la comunità musicale, né il pubblico, né l’ambiente. Quello che è certo è che i live hanno bisogno di persone che li amano e li sostengono. Sembra una banalità, ma è fondamentale.
25.04.2026 Chiara Calcara, Alessia Restucci