Al cinema il biopic su Michael Jackson
Da quando è nato il magazine abbiamo avvisato sin da subito che non avremmo parlato di nulla che non riguardasse la musica, ma se si tratta del Re del Pop forse possiamo fare un’eccezione. È da poco uscito nelle sale il film Michael che ripercorre la vita di Michael Jackson fino ad arrivare a Bad. Ad interpretarlo è suo nipote, Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson. Ma perché è così urgente parlarne? Il film è oggettivamente bello, un po’ divisorio e sicuramente incompleto: non è completamente aderente alla vita del cantante, manca di numerosi particolari, mentre altri sono esaltati. Ciò che conta di più è l’emozione che ha lasciato agli spettatori, ed è ciò che interessa anche di più a noi di Fuori Tempo. Grossa parte del pubblico non ha avuto la fortuna di vivere in età consapevole la star negli anni del suo successo più grande. Io ero solo una bambina quando mio padre mi piazzava davanti alla TV a guardare i videoclip di Thriller, Remember the Time, Smooth Criminal. Avrete la nausea di quante volte io abbia già raccontato questa storia, ma sono cresciuta seduta sulle gambe di papà, che mi mostrava con pazienza e passione il lavoro che c’era dietro una star così immensa, i video su youtube in cui creavano il suo trucco mostruoso. Ricordo che mi brillavano gli occhi dallo stupore, ogni suo video era un capolavoro, Remember The Time era il mio preferito. Da ragazzina avevo il gioco per la Wii in cui si ballavano i suoi successi. Quando ero piccola c’era un’edicola a via Toledo in cui papà mi portava sempre: ogni volta che passavamo mi comprava un CD diverso di Michael, costavano tre euro, non ho mai approfondito il motivo. Così iniziai a collezionare CD; poi lì davanti c’era un artista di strada che dipinse una tela che adesso ho appeso in camera, vicino alla mia “postazione” stereo. Questo film è stato vissuto da molti come il concerto al quale non abbiamo mai potuto assistere. La musica è coinvolgente, la performance del nipote è stata impeccabile. Allora io comprendo la necessità di un film del genere. Nonostante la sua scomparsa sia avvenuta quasi vent’anni fa, noi tutti siamo ancora vittime di questa febbre, correndo nelle sale più vicine nell’attesa di assistere a questo nuovo spettacolo. Come lui da bambino, per noi seduti sulle poltrone è stato davvero difficile stare fermi. Il film si apre con Michael di schiena, con i lunghi capelli ricci legati da un codino. I suoi acuti ci preparano e ci agitano. Il piccolo Michael Jackson, membro dei Jackson 5, ci fa scatenare sulle note di ABC, I Want You Back; ci conquista con il suo carisma e la sua energia contagiosa. Poi cresce e vuole risplendere: sembra riconoscere il suo essere speciale, ma non ne fa un vanto, ne fa più una missione. La sua carriera da solista parte con Don’t Stop ’Til You Get Enough. Michael vuole fare del bene, vuole riunire le persone e vuole farlo in nome della musica. La musica e la danza sono un linguaggio universale, dice prima di registrare il videoclip di Beat It, il suo contributo per esporsi sul tema della violenza e delle gang rivali. Human Nature, scritta da Steve Porcaro dei Toto è un altro successo importantissimo. Durante il film è ben evidente la sua imposizione e dedizione nei confronti dei videoclip, considerati dei veri e propri cortometraggi di tipo cinematografico: Thriller ha spaventato un’intera generazione e ha ispirato la stessa. Primo artista nero in una classifica per soli artisti bianchi, Michael Jackson ha scalato ogni vetta possibile. I balli, il primo moonwalk, i piedi mai fermi durante le prime registrazioni, la musica nel sangue. L’idea di voler comunicare, creare qualcosa di grande, di più grande. Michael Jackson non è stato solo un’icona. La febbre che genera un fenomeno del genere è incredibile, il fatto che mai nessuno riuscirà ad ottenere un simile successo è un dato certo. La proiezione di questo film in tutte le sale cinematografiche del mondo ha scatenato una corsa al biglietto che ricorda la medesima per i concerti: intere generazioni, partendo dai coetanei del cantante — coloro che hanno ballato sui suoi successi mentre erano freschi di studio — fino ai millennials, i Gen Z e i giovanissimi che a Carnevale si vestono da Michael Jackson e ne imitano i balli iconici: il moonwalk, l’anti-gravity lean, il toe stand. Non siamo qui per parlare dell’aderenza alla sua vita privata, non del rapporto con il padre Joseph Jackson, non dell’assenza di sua sorella Janet Jackson, del numero sbagliato dei fratelli Jackson o dell’interpretazione di Miles Teller, né delle accuse di abusi a suo carico, che in realtà non erano ancora arrivate al momento in cui il film si interrompe. Il film, in quanto film, per me passa in secondo piano quando si parla di una personalità così importante. Sono stata felice di aver avuto la possibilità di partecipare ad una nuova messa in scena di Michael Jackson e ai suoi successi da spettatrice diretta. Noi ne stiamo parlando perché ancora una volta la musica, quella pura e fatta per le persone, riunisce il mondo.
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