Siamo abituati a considerare i nostri artisti del cuore come figure inaccessibili, quasi divinità ultraterrene che probabilmente non incontreremo mai nella nostra vita. C’è chi non fa molto per contrastare questa distanza e chi, invece, cerca di mostrarsi il più umano possibile. Per chi non conoscesse Alberta, dovete sapere che su TikTok è diventata una specie di leggenda. Da Sanremo in poi ha iniziato a commentare praticamente ogni video dedicato a Fulminacci con la stessa identica frase: Fulmi quanto ti soffro. Da lì è nato un vero e proprio fenomeno collettivo: persone che commentavano sono qui prima di Alberta, altre che scrivevano Alberta quanto ti soffro. Insomma, è diventato impossibile ignorare la sua presenza online. A quanto pare, non è passata inosservata neanche a Maciste Dischi, che ha organizzato l’incontro che tutti stavamo aspettando — e di cui vi raccontiamo in questa intervista dolcissima e spontanea.
Quando hai iniziato a commentare sotto i video di Fulminacci immaginavi che avresti continuato per così tanto tempo?
Allora, io ho iniziato credo verso fine gennaio, gli ultimi giorni di gennaio. Ero ancora in sessione, tra l’altro. Mi ricordo che avevo visto un Tik Tok di una ragazza napoletana che scherzava sul fatto che ci fosse sempre un ragazzo che le scriveva “moderna Cleopatra”, e questa cosa mi aveva fatto morire. Un giorno scrivo sotto un video di Fulminacci: “Mamma Fulmi quanto ti soffro”. Mi era proprio venuto spontaneo. Poi il giorno dopo mi capita un altro video e penso di nuovo la stessa cosa, quindi lo riscrivo. Io avevo iniziato solo negli ultimi mesi a commentare su TikTok, perché prima mi faceva un po’ paura. Mi spaventava l’idea di espormi troppo sui social. Però da lì ho iniziato a ricevere like, la gente iniziava a scrivere “Dov’è Alberta?” e io ho pensato: vabbè, continuo. Non pensavo assolutamente sarebbe arrivata fino a maggio. Pensavo finisse con Sanremo.
Cosa ne pensi del senso di community che si è creato attorno alla tua figura?
È stato molto inaspettato, ma anche molto bello. Tantissime persone mi mandavano i video o mi taggavano, quindi in realtà mi aiutavano anche a recuperare cose che magari mi perdevo. A una certa TikTok non riuscivo neanche più a usarlo per svago, perché era diventato quasi un lavoro. C’era questo ragazzo di Latina, Fra, che ha iniziato a commentare spesso. Mi ricordo che una volta qualcuno aveva scritto “Dov’è Alberta?” e lui ha risposto: “Sta guardando Sanremo, risponderà dopo tranquilli”, come se fosse il mio segretario. Da lì abbiamo iniziato a scriverci e adesso siamo amici. Poi c’erano anche persone che magari all’inizio non capivano la situazione o scrivevano commenti tipo “Sei un disco rotto”, però dopo un po’ iniziavano a divertirsi anche loro.
Hai avuto esperienze negative online o commenti spiacevoli?
Direttamente contro di me, no. Al massimo persone un po’ gelose o infastidite. C’era uno che scriveva che lui meritava di più quell’attenzione perché Fulminacci gli aveva salvato la vita e robe così. Io cercavo sempre di rispondere in maniera tranquilla. La mia paura più grande era proprio beccarmi hate, perché sono una persona abbastanza emotiva e non so gestire benissimo queste cose. La parte più spaventosa è stata quando sono usciti i video del backstage. Perché lì non c’era più solo il nome “Alberta”: c’era la mia faccia, il mio fisico, quindi avevo paura dei commenti anche da quel punto di vista. Invece ho trovato tante persone molto carine. Questa cosa mi ha sorpresa molto.
Ci racconti il tuo incontro con Fulminacci? Come siete entrati in contatto?
Per me era tutto ancora molto irreale. A una certa il mio obiettivo era semplicemente che Fulminacci sapesse della mia esistenza. La prima volta che mi ha risposto a un commento con “Alberta quanto ti soffro” io ero sul divano a guardare Bridgerton. Apro TikTok, vedo un sacco di notifiche e impazzisco. Poi un giorno ero a un aperitivo con dei miei ex compagni delle superiori e dei professori quando mi arriva un messaggio da Maciste Dischi. Mi chiedevano se volevo andare al concerto di Milano e mi dicevano che avrebbero organizzato tutto loro. Io ero nel panico totale. Tra l’altro non ero riuscita a prendere i biglietti per i palazzetti per questioni di università, quindi per me era assurdo. Sono andata con il mio fidanzato. Arriviamo lì, ci danno i braccialetti e ci spiegano che a fine concerto saremmo andati nel backstage.
Com’è stato il backstage?
Follia. Continuavo a riconoscere persone ovunque. Vedevo artisti che di solito vedo solo sul telefono. Mi ricordo che appena ho visto Mobrici ho iniziato a fargli le foto da lontano, senza sapere che poi avrei fatto davvero le foto con lui. Poi ho conosciuto un sacco di persone, anche le amiche di Fulminacci, che mi hanno parlato subito normalmente e mi hanno fatta sentire tranquilla. A una certa Fulminacci mi guarda e mi fa: “Sei tu?”. E lì ho realizzato davvero che sapesse chi fossi.
Come hai vissuto tutta quella situazione?
Io sono ancora fierissima del fatto di non aver pianto. Di solito queste cose le gestisco malissimo, invece lì ero stranamente tranquilla. Credo anche perché fossi stanchissima: avevo dormito pochissimo e il giorno dopo dovevo andare in università. Però ero completamente in adrenalina. Ogni trenta secondi riconoscevo qualcuno.
Pensi che oggi gli artisti siano più vicini ai fan grazie ai social?
Secondo me i social aiutano, ma fino a un certo punto. Io continuo comunque a sentire gli artisti molto distanti. Rimango convinta che spesso i social siano gestiti più dai manager che dagli artisti stessi. Però è vero che oggi sono l’unico ponte reale tra persone comuni e artisti. Io, alla fine, sono arrivata a tutto questo partendo da dei commenti sotto Tik Tok.
Come stai vivendo adesso tutta questa esperienza?
Adesso sto bene, sono contentissima di tutto e molto grata. Però ammetto che un po’ mi affatica la questione dei commenti, perché all’inizio c’era proprio il tormentone del “Dov’è Alberta?”, mentre adesso è cambiato tutto. La cosa assurda è che io continuo comunque a vedere Fulminacci come un artista lontanissimo. Poi magari mi ricordo che ci ho parlato davvero e mi sembra stranissimo. Ancora oggi faccio fatica a realizzare tutto quello che è successo.
La storia di Alberta è stata una ventata d’aria fresca che ci ha ricordato c’è ancora tanta
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