Il cuore della Dub nasce nella Sicilia Occidentale
Vengo da una cittadina di trentacinquemila abitanti, sperduta così tanto da essere considerata una grande città della zona. Quando ero ragazza le discoteche del territorio si contavano sulle mani, le band di adolescenti erano altrettanto poche e suonavano metal o delle cover band dei Negramaro o dei Beatles. Le possibilità di intrattenimento musicale potevano apparire limitate a prima vista, eppure c’è sempre stato fermento nella mia provincia trapanese. Big Aspano, un rapper castelvetranese, è stato la colonna sonora delle medie e gli Shakalab, un collettivo raggae-rap di Torretta Granitola, ha davvero definito le nostre estati. La stagione iniziava quando si andava al sunset dell’Approdo dei Saraceni, un posto sospeso e meraviglioso, dove si ballava raggae tra gli scogli.
Ti fa’ largu a bbia di spaddrati
Puru si si stunatu como na campana e spari minchiati
Lu jocu di squatra nun lu fai, picchì sai
che in qualsiasi postu vai ti pigghianu a pallunati
Shakalab, Raggaeby, 2014
Questi erano i versi che erano stampati nelle nostre menti, le sonorità che ci hanno accompagnato durante la nostra crescita mentre ascoltavamo il live di questo gruppo incredibile. Locali come il Roxy Bar a Portopalo o il Reef a Selinunte erano i punti di riferimento per chi amava questa deriva raggae che si mischiava al rap e alle casse dritte del Sound System. Ma tutto questo fermento è venuto a galla quando un festival di musica è diventato il punto di riferimento di ogni ragazzo della Sicilia occidentale. Il Manuel Dub è nato nel 2010 da una serata gratuita a Torretta, nella spiaggia del villaggio di Kartibubbo e in poco tempo è diventato un simbolo.
È stata una delle serate più belle ed emozionanti della mia vita, mi ha dato uno stimolo così forte e un’emozione così grande che mi ha dato la forza di portare avanti il festival per tutti questi anni.
Dario Cusumano, il fondatore del Manuel Dub, mi ha raccontato come è nato il festival no profit e itinerante che ci ha sempre accompagnato. È stata la passione che condivideva con Manuel, il suo migliore amico, un ragazzo appena laureato che era appassionato come lui di tutta la cultura dub.
La prima edizione è stata molto sentita dalla popolazione mazarese. Manuel era un concittadino di Mazara del Vallo e aveva appena 24 anni quando ha avuto l’incidente. Lui era un ragazzo che conoscevano tutti, aveva una vita sociale molto attiva, usciva sempre.
Nelle prime edizioni era il sentimento puro ad attirare le persone, la voglia di fare un festival musicale con i loro artisti preferiti come i Vibronics e gli Iration Steppas ad attirare volontari e seguaci del festival. Poi è arrivata la quinta edizione, forse quella che l’ha davvero impresso nella storia. Finalmente il Manuel Dub arrivava nelle nostre zone, illuminando uno dei posti più belli della costa. Noi lo chiamiamo il boschetto di Selinunte, un luogo verde tra la spiaggia e i templi greci, un paradiso che nell’estate del 2014 si è colorato di torri di casse, il meraviglioso Sound System che ha fatto vibrare quel luogo ameno. Forse è stato il genere, forse è stato il campeggio, l’atmosfera che si respirava di leggerezza, positività- di quella cultura dub che amiamo tanto- ma in breve tempo è diventata un’istituzione e solo due anni dopo, nel 2016, ha ospitato i Panda Dub, pilastri di quell’Electro Dub che ci faceva impazzire.
Quegli sono stati gli anni d’oro del Manuel Dub, perchè non essendoci altri festival del genere, di sound system, in Italia avevamo un richiamo potentissimo. Poi ovviamente ci aiutava avere una line up di incredibili artisti internazionali. Adesso in Calabria c’è il Dubstone- International Dub Festival che si è ispirato a noi. Bobby, uno dei fondatori, un amico fraterno, una volta mi ha detto “ Io sono venuto al Manuel Dub e ho pensato: ma che figata è? Perchè non possiamo farlo pure noi?”. E da lì questi tipi di festival si sono sparsi in tutta Italia. Prima si tendeva più a mettere dancehall o raggae bashement, i nostri riddim senza cantato all’inizio confondevano, ma a poco a poco siamo diventati il punto di riferimento per tutta questa parte di Italia che era appassionata a questo tipo di musica. L’anno della quinta edizione abbiamo avuto il maggior numero di partecipanti, è stato incredibile.
Quell’anno tutte le persone che conosco erano andate al Manuel Dub, superando i confini di “Festival Musicale”. La nostra parte di Sicilia, quella tra Palermo e Agrigento, è sempre stata una delle più difficili per i turisti e i grandi eventi. Togliendo sagre e concerti di paese, sognavamo quei grandi eventi che a Catania, Messina, Siracusa - le città più vicine allo stivale e, forse, quelle meglio fornite. Eravamo ben lontani dai grandi concerti che hanno invaso il Parco Archeologico più grande d’Europa, inaugurato dal grande concerto di Martin Garrix, con più di 15.000 persone che ballavano all’ombra dei templi greci provenienti da tutta Italia e da tutta Europa. Ma prima di questo, prima dei Google Camp a Selinunte, la nostra Sicilia occidentale passava sempre in secondo piano al livello di eventi.
Organizzare un evento in Sicilia vuol dire essere una persona pazza, innanzitutto. E prendersi tante responsabilità. Abbiamo sempre fatto tutto da soli, a parte qualche patrocinio gratuito, siamo sempre stati noi a cercare location adatte. Con il sound system abbiamo necessariamente bisogno di tenere dei volumi della musica alti e questo rende più difficili le cose nella ricerca delle location. Quest’anno organizziamo la 17ª edizione e in questi anni abbiamo cambiato almeno quattordici luoghi. Quando organizzi un festival negli stessi luoghi di anno in anno fai cose nuove, migliori, cresci. Per noi ogni anno è come ricominciare da capo: bisogna capire se i vicini sopportano i nostri decibel, se i proprietari dei luoghi sono disponibili… Poi c’è anche la questione della mobilità: tante persone vengono da fuori, siamo consapevoli che alcune nostre location sono state difficili da raggiungere.
Per me è sempre stato parte del fascino. Durante la nostra intervista, ho confessato a Dario che era proprio l’imprevedibilità la cosa che più mi piaceva del Manuel Dub. Per noi non è mai stato un festival, ma un momento in cui incontrare gente che veniva da tutto il mondo, ascoltare musica in mezzo alla natura, campeggiare e lasciarsi trasportare dai suoni ipnotici della dub. Quando finalmente sono stata abbastanza grande per partecipare, ero ancora troppo piccola per avere una macchina, quindi ci siamo arrangiati con un vecchio treno regionale e l’autostop. Era la nona edizione, a Petrosino, e anche l’anno seguente siamo partiti senza tenda, passando la notte in piedi fino alle 5 del mattino, quando abbiamo cercato un passaggio per la stazione. Negli anni seguenti il festival è cambiato continuamente: le location sono cambiate, le giornate del festival venivano aumentate o dilazionate. Ogni anno era un’avventura, e anche l’occasione per portare qualcuno di nuovo dentro quel mondo. Forse anche questa imprevedibilità mi ha sempre lasciato spazio per sorprendermi e per lasciarmi trasportare da O.B.F., King Shiloh o da Black Omolo- una delle artiste che ascolto ancora quando voglio sentire quel senso di libertà.
Mi hanno proposto tante volte di organizzarlo altrove, a Catania o nel palermitano, ma il Manuel Dub nasce per essere fatto nelle nostre zone, quelle mie e di Manuel. Noi due sognavamo un evento del genere che nascesse nelle nostre parti e non altrove. Anche se ogni edizione è differente, ci sono artisti come gli O.B.F. che chiamo sempre perché mi ci sono trovato bene. Anche i Vibronics sono con noi fin dal primo anno. Ci sono artisti che si sorprendono proprio del perché è nato il festival: “ma che cazzo dici? È 17 anni che fai un memorial per un amico senza scopo di lucro?” E sono quelli che si trovano meglio all’interno del Manuel Dub, perché capiscono il significato del festival e delle persone siamo. In Line Up abbiamo sempre avuto dei mostri sacri. Jan Shaka è uno di quelli di cui sono stato più fiero, il sogno che ho realizzato. Poi in futuro… mi piacerebbe avere The Disciples, un gruppo di Londra che in realtà è cresciuto andando a sentire proprio Jan Shaka negli anni ottanta. Se non mi sbaglio, è stato proprio lui a dargli il nome di “discepoli”.
Quest’anno la line up che si susseguirà tra il 6 e il 9 agosto proprio a Mazara del Vallo durante la 17ª edizione vedrà artisti come Iration Steppas, Ital Power, Vixen Sound, Roots Clay, Mister P e i resident di sempre come Vibronics e O.B.F.. Ma la musica non è mai data per scontata. È sempre stato un genere molto catartico, quasi meditativo nei suoi bassi intensi. Un po’ come nel film Sirāt , esploso al Festival di Cannes, quella libertà selvaggia ci ha sempre curati attraverso la musica.
Per me il Manuel Dub non è solo un evento, è qualcosa che mi ha aiutato a superare il primo grande dolore della mia vita. Io non avevo mai avuto perdite importanti. Con Manuel mi sono confrontato per la prima volta con il dolore. Il festival mi ha aiutato a viverlo e a elaborarlo. Il Manuel Dub mi ha dato un arricchimento umano e culturale che non ha prezzo. Da questa consapevolezza, trovo ogni anno la forza per organizzarlo, con tutte le problematiche del caso.
Non è mai stato solo un festival. È stato un modo per restare vicini a chi non c’era più,ma anche per sentirci meno periferia, meno lontani dal mondo. Ogni estate torniamo davanti a quelle casse perché lì dentro non troviamo soltanto musica: troviamo memoria, libertà e appartenenza. E forse è proprio questo il miracolo del Manuel Dub: essere riuscito, per diciassette anni, a far vibrare un angolo dimenticato di Sicilia come il centro esatto di qualcosa di enorme.
26.05.2026
Chiara Calcara
E tu, cosa ne pensi a riguardo?
Se il contenuto ti è piaciuto, sentiti libero di usare i bottoni di condivisione sottostanti. Sapere che lo hai apprezzato ci regala sempre un sorriso.