L’ascesa internazionale in People of the moon
Ho una domanda per voi: avete un album che, con un solo ascolto, è in grado di riportarvi il sole anche nelle giornate più grigie? Mi prendo la libertà di iniziare io, perdonatemi. Fino allo scorso 1° maggio avrei risposto senza battere ciglio Bar Mediterraneo dei Nu Genea, ma ora la risposta è un’altra. Cioè, meglio puntualizzare: il titolo dell’album è diverso, però gli artisti sono sempre gli stessi. Infatti, ebbene, i Nu Genea lo hanno fatto di nuovo. Il duo, composto dai musicisti napoletani Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, è tornato dopo quattro anni dall’ultimo progetto con People of the moon, anticipato dal singolo della scorsa estate (di cui, almeno per quanto mi riguarda, è diventato indiscutibilmente l’inno) Sciallà e annunciato ufficialmente a marzo, insieme ad un attesissimo tour. Prima di immergerci nella musica, credo occorra fare una breve riflessione su questo titolo, anche in relazione ai due dischi che lo precedono, perché in questo modo si può notare quanto i confini della materia musicale proposta dai Nu Genea si siano via via sempre più allargati. Prendiamo come primo caso Nuova Napoli, album del 2018 e forse il primo del duo per come lo conosciamo ora (anche se ai tempi si chiamavano ancora Nu Guinea), che, come si può intuire, attinge dal sound della loro terra d’origine, e nella fattispecie quello degli anni ’70 e ’80, con il suo inconfondibile funk, reso più fresco e rinnovato dagli influssi delle loro precedenti esperienze nell’afrobeat e nel clubbing berlinese, ma sempre autenticamente napoletano, nei suoni stessi e anche nei testi, come quello di Je vulesse, tratto dalla poesia di Eduardo De Filippo Je vulesse trovà pace. Passiamo poi al successivo, il già nominato ma non ancora abbastanza incensato Bar Mediterraneo, arrivato nel 2022. In quell’album si esce dal Golfo di Napoli per andare ad incontrare le melodie delle vicine coste mediterranee, a partire da quelle del Maghreb nel brano Gelbi, impreziosito dal featuring del cantautore e polistrumentista tunisino (ma ormai stabilmente in terra partenopea dal 1994) Marzouk Mejri e dal suono del suo ney, un flauto tipicamente proprio delle zone arabe, per poi salire verso i litorali transalpini, con la voce della cantante soul francese Célia Kameni che si mette in contatto con il napoletano in Marechià: infatti, i molteplici linguaggi musicali provenienti da aree diverse non soppiantano le sonorità partenopee dell’album precedente, che sono ancora presentissime, come testimoniato dalla collaborazione con la cantante Fabiana Martone già presente in Nuova Napoli; anzi, tra questi mondi si crea un ponte e un dialogo, che dà vita a un’unione organica e meravigliosamente coerente, dal leggero e irresistibile profumo di estate. Non perdendomi ancora di più in lunghe premesse, arriviamo finalmente a People of the moon, uscito in questo 1° maggio: il concept di incontro e commistione tra lingue e sonorità distinte persiste, ma qui l’orbita attorno cui ruota il tipico groove dei Nu Genea è ben più ampia, perché le voci che partecipano al dialogo arrivano da praticamente ogni parte del mondo, tutte riunite sotto la stessa luna. Il segno più lampante della dimensione internazionale del disco sono indubbiamente le collaborazioni presenti, e tra loro, tutte ugualmente preziose, parlerei per prima della presenza che attendevo con più impazienza dall’annuncio della tracklist, ovvero quella del formidabile cantante e polistrumentista inglese Tom Misch, reduce dal suo album Full circle uscito lo scorso 27 marzo, di cui suggerisco con il cuore l’ascolto, che è stato concepito, come dichiarato da lui stesso in un post su Instagram, quasi nella sua totalità nei pressi di corsi d’acqua tra il Tamigi a Londra, la Cornovaglia e il Portogallo, cosa che si riflette nella pura tranquillità che si respira per tutti i 41 minuti del disco. Forse è anche per questo che l’unione tra il suo brit-funk e i Nu Genea, che hanno da sempre il mare come proprio immaginario visivo , appare così naturale in onenon: tutto si incastra perfettamente in un ritmo che spinge a ballare, tra tastiere ipnotiche e una linea di basso che, come il duo stesso suggerisce nella descrizione di People of the Moon su Bandcamp, richiama un po’ Pino D’Angiò. Una spontaneità tale che, come Aquilina e Di Lena hanno raccontato ad adlso.it, il brano è nato in appena due ore. La stessa naturalezza caratterizza le altre collaborazioni dell’album. Tra queste spicca quella con la cantante andalusa María José Llergo, presente in Acelera e Celavì, che porta con sé il patrimonio musicale dell’Andalusia: il flamenco, il ritmo delle palmas e il quejio, quella particolare modulazione della voce che mi ha ricordato l’ascolto degli ultimi lavori di Rosalía. Non mancano poi sonorità arabeggianti, affidate sia alle percussioni di Marzouk Mejri sia alla voce della cantante franco-libanese Celinatique in Shway shway, uno dei brani più affascinanti del disco, con le sue delicate atmosfere da bossa nova levantina che richiamano l’immaginario di Habibi Funk. Il viaggio continua fino alle coste brasiliane con Ondas de mar, impreziosita dalla voce di Gabriel Prado. Come raccontato dai Nu Genea a Fanpage, Prado partecipava alle registrazioni come percussionista e non aveva mai cantato prima; sentendolo durante una prova, il duo gli propose di incidere una bozza, da cui nacque il brano. Ancora una volta, tutto sembra accadere in modo spontaneo, come se i pezzi del puzzle trovassero da soli il loro posto. Eppure, in questo continuo attraversamento di culture e paesaggi, Napoli rimane sempre il cuore pulsante del progetto. Lo dimostrano la voce di Fabiana Martone in Puleza, i testi in napoletano di Puleza, Caré, Ma tu che bbuò e Sciallà, e soprattutto quel funk inconfondibile che accoglie ogni ospite con rispetto e calore. Tanti viaggi, tanti porti toccati, per poi tornare sempre a casa. Ed è proprio qui che emerge il significato più profondo del titolo People of the Moon. La luna di cui parlano i Nu Genea non è un luogo lontano, ma una dimensione interiore: quello spazio in cui possiamo liberarci dalle pressioni sociali, dai condizionamenti e dalle aspettative degli altri. Non è un caso che la parola che più spesso ritorna parlando dell’album sia naturalezza: ogni scelta nasce senza forzature, seguendo l’istinto e lasciandosi guidare dalle suggestioni del momento. Si tratta anche della risposta di Aquilina e Di Lena alle aspettative create dal successo dei lavori precedenti. Invece di inseguire formule già collaudate, hanno scelto di restare fedeli a ciò che amano fare, senza preoccuparsi di ciò che dovrebbe necessariamente funzionare. Il risultato è un disco che, pur nella sua apparente leggerezza, si rivela sincero e profondamente intimo. Come suggerisce il signor Cosimo nel finale del videoclip della title track, i Nu Genea ci invitano a raggiungere la nostra personale luna: un luogo simbolico in cui liberarci dalle ansie quotidiane e ritrovare noi stessi attraverso il ritmo, il ballo e la condivisione. Non una fuga dalla realtà, ma un modo per guardare più a fondo dentro di noi e riconoscere ciò che siamo davvero. Se nell’Orlando furioso Astolfo sale sulla luna per recuperare il senno di Orlando, i Nu Genea sembrano andarci per recuperare un senso da dare al vivere. E con People of the Moon ne fanno dono anche a chi ascolta.
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