L’eredità di Jesto



Stato di Coscienza, l’album postumo

Cosa resta di noi quando la vita finisce? In Voladores Jesto dice Non c’è più niente dopo la morte, ma forse non è completamente esatto. Ognuno di noi lascia un’eredità, più o meno densa, che continua a nutrire le anime di chi resta. Justin Yamanouchi, scomparso lo scorso 31 luglio, ci ha sorpresi con un intero album dal titolo Stato di coscienza. Pubblicato l’8 maggio, il progetto postumo del rapper romano rappresenta probabilmente la sua eredità artistica più pura: un progetto che voleva vedere la luce insieme al suo autore. Molte informazioni sul disco sono state rese note grazie alle parole del fratello Hyst, pseudonimo di Taiyo Yamanouchi, che nelle interviste successive all’uscita si è fatto carico di rispondere a tutte quelle domande che oggi non possono più essere poste direttamente a Jesto. La prima cosa che salta all’occhio è che Stato di coscienza risultava già completo e presumibilmente sarebbe dovuto uscire già lo scorso inverno. L’unica strofa aggiunta postuma è quella di Rancore in Videogame, mentre tutte le altre collaborazioni risalgono già a due anni fa. Lo sguardo, che include il featuring di nayt, porta infatti con sé lo stesso sapore dei brani presenti in Empirìa, l’album di 3D pubblicato nel 2024 che vedeva la partecipazione dello stesso Jesto, di nayt e di molti altri artisti del panorama rap. In Stato di coscienza i featuring sono dei classici: nayt, Shade, Hyst e Rancore. L’intero album segue il filo introspettivo che ha sempre caratterizzato Jesto: flussi di coscienza, misticismo e spiritualità che qui sembrano mischiarsi ad una consapevolezza ancora più lucida. L’intro, Il richiamo, è quasi un coro che riporta l’artista e l’ascoltatore in vita, risvegliando una coscienza che torna a macinare pensieri. In Caso a parte Jesto si racconta ancora una volta come qualcuno di diverso, cresciuto con interessi lontani da quelli dei suoi coetanei: la filosofia orientale, la musica, l’arte. Tutto ciò che nel tempo lo ha plasmato e gli ha aperto la strada verso ciò che avrebbe voluto diventare. Con Non avere paura invita ad affrontare sé stessi, mentre La legge dello specchio — di cui avevamo già parlato nel secondo numero — mette in parole un concetto psicologico e spirituale preciso: la nostra percezione del mondo dipende da come osserviamo le cose, da ciò che riflettiamo e interiorizziamo. Il viaggio dell’anima è forse il brano che oggi colpisce di più, anche per le circostanze che lo circondano. Jesto si pone prima nell’aldilà e poi nell’aldiquà: la vita diventa una palestra spirituale, un insegnamento continuo che sembra acquisire senso soltanto nel momento in cui si svanisce nel mondo ultraterreno. Ed è inevitabile pensare a quanto sia paradossale ascoltare oggi queste parole, quasi come se avesse lasciato inconsapevolmente il suo attestato di fine tirocinio della vita. Con Lo sguardo sembra invece fare un passo indietro, tornando a quello stato di assenza da sé che nasce dal disprezzo verso la propria persona e dalla fuga da ciò che non vogliamo davvero scavare dentro di noi. Perché anche trovando la radice del nostro male, quella radice resterebbe comunque dentro di noi. E allora come si combatte contro sé stessi? La risposta che attraversa il disco sembra stare nel cambiamento: un cambiamento consapevole, reale, sano. Seguono Voladores e Strano, che aumentano il ritmo del flusso fino ad arrivare a L’attenzione, uno scossone che invita a restare connessi con sé stessi, con i propri obiettivi e con la propria missione.

Bella Jesto come stai? Sei sparito come mai?
Mille dischi come fai? Pezzi tristi dove vai?
Senza promo come pensi che
La gente possa ricordarsi di te
Ma per me, il vero problema che urge
È che la gente deve ricordarsi di sé
Jesto, L’attenzione, 2026
Da qui in poi il disco denuncia un mondo sempre più sconnesso ed anestetizzato. Una riflessione che continua in Allo sbando e Videogame, dove la vita assume quasi i contorni di una simulazione. Il disco si conclude con Kamaloka, termine sanscrito che indica il mondo dei desideri: uno stato di transizione in cui l’anima risiede temporaneamente dopo la morte, liberandosi gradualmente di passioni, impulsi e desideri terreni. In alcune interpretazioni di Rudolf Steiner si parla addirittura di una sorta di esperienza della vita al contrario, vissuta attraverso le conseguenze che abbiamo lasciato sugli altri. Che Jesto fosse vicino a certi temi spirituali ed esoterici non è mai stato un mistero. È solo incredibilmente assurdo osservare come il corso degli eventi abbia poi dato a questo disco un significato ancora diverso. Volevo evitare una recensione troppo legata alla sua dipartita, trattare Stato di coscienza semplicemente come un album. Ma i continui riferimenti alla coscienza, all’anima e alla morte rendono quasi impossibile separare completamente l’opera da ciò che è successo dopo. Questo album sembra un dialogo ancora aperto tra Jesto e chi continua ad ascoltarlo, una chiave per comprenderlo e rileggerlo da capo. Quindi: cosa resta di noi quando la vita finisce? Restiamo noi, in tutte le nostre sfumature. Restano l’impatto che lasciamo negli altri, le idee, le parole, l’energia.
27.05.2026 Alessia Restucci