Il desiderio di seguire il vento



Quaranta minuti e quattro secondi per abitare la storia di Kim Jung-mi

Ci sono brani che riempiono una stanza, e altri capaci di qualcosa di più sottile, impercettibile: non alzano il volume, non cercano spazio, ma cambiano l’aria, la rendono più densa, più lenta, come se il tempo stesso decidesse di fermarsi per un momento. Now, album pubblicato nel 1973 da Kim Jung-mi, appartiene a questa seconda, rara categoria. Non ha bisogno di imporsi per restare, non cerca di catturare l’attenzione con forza; si avvicina con una delicatezza quasi timida, e per questo riesce a trattenere più a lungo di quanto uno si aspetterebbe. È un album che non sembra né iniziare né finire davvero, ma che esiste in una dimensione laterale, in uno spazio sospeso dove il passato non è ancora diventato memoria e il presente non ha ancora preso forma. Ascoltarlo è stato come entrare in una stanza piena di luce, dove ogni oggetto è familiare ma sfocato, come se parte di un ricordo lontano che fatichi a ripercorrere del tutto. La prima cosa che si avverte, ancor prima di capire cosa si sta ascoltando, è la voce. Non perché sia imponente, non lo è e non cerca di esserlo, ma per il modo in cui si posa sulle cose, come una presenza riservata che non chiede mai di essere al centro. La voce di Kim Jung-mi non guida, non trascina, non costruisce alcun climax: resta sempre un passo indietro, per lasciare spazio a ciò che la circonda. Eppure, in quella stessa rinuncia, si nasconde quella che credo sia la sua forza più profonda: la sua voce non cerca di convincere, ma accompagnare. Ha un non so che di vellutato, polveroso, che sembra trattenere dentro di sé parole non dette. E la cosa che più mi piace è che sembra cantare per sé stessa e nessun altro, rendendola così incredibilmente vicina, così incredibilmente umana. All’inizio degli anni ’70 Kim Jung-mi è poco più di una figura che potrebbe facilmente perdersi tra le tante altre, se non fosse per l’incontro con Shin Joong-hyun. È lui a vedere in quella voce così poco appariscente una rarità nascosta, e a costruirle attorno un mondo sonoro che non cerca mai l’eccesso, ma piuttosto la sospensione. Shin, già all’epoca considerato una figura centrale nella scena rock coreana, cerca in quegli anni di trasformare influenze musicali lontane, occidentali, in un linguaggio nuovo e ribelle, che possa esistere davvero nel contesto coreano, battezzandolo poi Rok. Ed è dentro questo stesso spazio che la voce di Kim Jung-mi trova il suo modo di esistere. Fuori dallo studio, però, il mondo si muove secondo regole ben più rigide. In quegli anni, infatti, la Corea del Sud vive sotto il controllo del dittatore Park Chung-hee, e la vita quotidiana è attraversata da una tensione costante; limiti invisibili che diventano improvvisamente concreti nel momento in cui vengono superati. La cultura, in tutte le sue forme, è osservata, regolata, filtrata. In un contesto del genere, basta poco perché qualcosa venga percepito come fuori posto.

La voce di Kim Jung-mi viene giudicata inappropriata e volgare, non per ciò che dice, ma per come esiste: la sua è una presenza che sfugge al controllo, che non si lascia definire facilmente, e per questo diventa scomoda. Intorno, la società cambia velocemente, tra modernizzazione forzata e gesti quotidiani regolati fino al dettaglio, mentre dentro lo spazio fragile dello studio si continua a costruire qualcosa che sembra ignorare tutto questo, o resistere in maniera più velata. Now nasce esattamente qui, in questo punto di equilibrio. E chissà, forse questo è il motivo per cui non racconta mai nulla di diretto: non vi sono né dichiarazioni esplicite né messaggi da decifrare; eppure è difficile non percepire qualcosa che scorre sotto la superficie. I testi al primo sguardo sembrano semplici, quasi elementari: parlano di stagioni, sole, vento, luce e sogni, ma non sono mai descrittivi nel senso più immediato. In Haenim, il brano che apre la raccolta, il sole non è solo luce, ma un qualcosa che scalda e insieme allontana, che invita a fermarsi più che a proseguire. In Spring, la primavera non porta rinascita, ma una sensazione di attesa indefinita, a tratti esitante, come se qualcosa dovesse accadere senza mai compiersi del tutto. Your Dream sembra avvicinarsi a un’emozione più concreta, ma si ferma un attimo prima, lasciando che tutto resti sospeso. It’s Raining, invece, si muove in modo ancora più intimo e raccolto: nel ritmo ripetuto e costante della pioggia, camminare da soli sotto l’ombrello diventa un modo per restare vicino a qualcosa che non c’è più, ripercorrendo la stessa strada ancora e ancora, come se il passato potesse riaffiorare semplicemente insistendo. E poi c’è Beautiful River and Mountains, lunga, ipnotica, che scorre come un paesaggio osservato da un finestrino, lento e continuo, senza alcuna fretta di arrivare; un brano che porta con sé anche un gesto silenzioso di resistenza, nato dal rifiuto di Shin Joong-hyun di piegare la propria musica a un inno di propaganda, trasformando invece quell’imposizione in un omaggio libero e ostinato al paese e alla sua gente. In tutto il disco, non c’è una vera risoluzione: ogni cosa resta aperta, incompleta, come a dire con gentilezza che non tutto ha bisogno di chiudersi per avere senso. Per essere vivo. Ma questa fragile sospensione non poteva durare a lungo. A metà degli anni ’70, la repressione culturale si intensifica, diventando più diretta, più brutale. Il cosiddetto *Marijuana scandal, daemacho padong, colpisce duramente la scena musicale, e tra gli artisti coinvolti c’è proprio Shin Joong-hyun, che viene arrestato e allontanato dalla possibilità stessa di creare. Alla stessa maniera, anche Kim Jung-mi viene lentamente trascinata fuori da quel mondo: i suoi dischi smettono di circolare, i master originali distrutti, le copie nei negozi sequestrate, e la sua voce, la stessa giudicata troppo libera, ridotta al silenzio. Non c’è un momento preciso in cui tutto finisce, ma un lento dissolversi, inevitabile, che lascia dietro di sé solo una traccia. Negli anni successivi, Kim Jung-mi prova a restare, ad adattarsi al genere trot emergente in quegli anni, certamente più rassicurante per le autorità. Ma qualcosa si è spezzato: l’ambiente si fa più stretto, soffocato, e difficile da abitare. E così, senza fare rumore, si allontana. C’è chi dice abbia lasciato la Corea, che si sia trasferita a Los Angeles, negli Stati Uniti, e che semplicemente abbia smesso di vivere pubblicamente. Nessuna dichiarazione, nessuna nostalgia esibita, nessun tentativo di recuperare ciò che è e stato. Solo silenzio. Un silenzio coerente, forse, con quel modo di essere sempre un passo indietro. Per molto tempo, Now resta nascosto, come se fosse stato davvero cancellato. Poi lentamente, riemerge. Non come reperto da museo, non come qualcosa da osservare con distanza, ma come un oggetto ancora vivo, capace di parlare senza bisogno di essere aggiornato o reinterpretato. E la cosa più sorprendente è proprio questa: non sembra appartenere a un’altra epoca, non suona vecchio, non appare consumato. È come se fosse rimasto intatto proprio perché mai attraversato completamente, come se fosse sfuggito al tempo invece di esserne segnato. Riascoltarlo oggi è un gesto quasi intimo, qualcosa che si fa senza fretta, senza aspettative. Non è una raccolta che travolge o chiede attenzione immediata. Ti invita piuttosto a restare, a rallentare, a lasciare che le cose accadano senza forzarle. E mentre lo fai, ti accorgi che quella voce, così poco interessata a emergere, è ancora lì, incredibilmente presente, capace di attraversare gli anni senza perdere nulla della sua delicatezza. Kim Jung-mi non ha lasciato una vasta discografia, né una carriera da seguire passo dopo passo, con tappe chiare e punti di arrivo, ma ha lasciato qualcosa di più delicato, più duraturo: un’eco, una traccia luminosa e nostalgica che continua a esistere. Now non spiega, non guida, non offre appigli sicuri. Ti chiede soltanto di ascoltare, di restare per un po’ in quel tempo sospeso, dove le cose non cercano una conclusione per avere senso. E se ti lasci andare davvero, anche solo per quei quaranta minuti e quattro secondi, potresti accorgerti che quel luogo, così distante e indefinito, non è poi così lontano da te.

09.05.2026 Eva De Magistris