Intervista al fandom di Salmo
Essendo principalmente una fan dei Beatles, so bene quanto il fandom possa trasformarsi in idolatria più che in semplice amore per la musica. Per questo, uscendo dall’adolescenza, ho cercato di tenere a bada certe ossessioni: meno poster, meno bisogno di sapere tutto degli artisti, quasi per proteggere il mio rapporto con quello che ascoltavo. Con i Beatles, però, quel tipo di fandom era inevitabile: vedere Paul McCartney live a Napoli nel 2020 è rimasto un sogno che forse non realizzerò mai. Quando ho iniziato a seguire anche la musica contemporanea, qualcosa è cambiato. Quegli agglomerati di fan non nascevano solo dall’idolatria, ma dalla voglia di sentire insieme quelle vibrazioni. I concerti, i live, gli instore, hanno cambiato la mia percezione. Ho conosciuto sempre più persone che, come me, sapevano a memoria tutte le canzoni di un album e riconoscevano il titolo di un pezzo dai primi secondi di strumentale. L’artista, ovviamente, era l’artista amato, ma la sua musica o le sue performance diventavano il centro di quell’organismo collettivo che poi sfociava nel fandom. Quando sono stata al primo live di Salmo, al Flop tour dei palazzetti, ho incontrato gente come me che aspettava quel live da mesi e sono nate le prime amicizie. Eravamo dei fan? Eravamo più che altro persone che amavano la stessa musica e gli stessi live adrenalinici. Quando sono andata al tour di Cult a Rock in Roma ho visto uno striscione: gli Ultras Salmo. Ci siamo guardati con i nostri amici, seguaci sfegatati, e abbiamo pensato che volevamo essere anche noi degli Ultras. Non dei fan, ma dei sostenitori: persone che si riconoscono nelle stesse vibrazioni. Così quest’estate sono entrata nel gruppo Whatsapp degli Ultras e, indirettamente, ho conosciuto Chiara Iacono, Diego Palumbo e Federico Ferraro. Qualche giorno fa ho chiesto loro di raccontarmi com’era nato quel gruppo, del loro rapporto con Salmo e delle amicizie costruite concerto dopo concerto. Ne è nata una chiacchierata piena di digressioni su musica, artisti e album, che mi ha ricordato ancora una volta la potenza di un amore condiviso.
CHIARA: Chi cresce con il rap ha una visione della vita diversa, perché ti apre gli occhi subito. Forse perché racconta storie brutali, ma vere.
DIEGO: Dipende pure da dove cresci. Se ascolti certe canzoni, ma poi quelle situazioni non le vedi mai, magari restano solo musica. Ma se stai in strada e certe dinamiche le vivi o le vedi succedere agli amici, allora capisci davvero di cosa parlano.
DIEGO: Quando l’ho visto era uscito da poco Midnight, è stato il concerto a Villa Ada nel 2014. Bellissimo.
FEDERICO: Io invece ricordo un live ancora prima, credo nel 2012 o 2013. Sul biglietto c’erano Gemitaiz e Salmo. Mi sa che quella sera fecero Killer Game live per la prima volta.
CHIARA: Io all’inizio non li conoscevo. Li avevo visti al Rock in Roma con questa pezza gigantesca e gli avevo pure fatto una foto. Erano semplicemente due amici ai concerti. Poi li ho rincontrati al tour di Cult a Milano e da lì è partito tutto davvero. Quel giorno pioveva e Federico, ingegnoso come a tutti i concerti, ha costruito una delle sue capanette artistiche per coprirci. Siamo stati tutto il giorno insieme e poi ci siamo reincontrati anche al concerto di Roma a Capennelle.
FEDERICO: Abbiamo fatto un gruppo whatsapp e nel giro di pochissimo il gruppo è esploso. Due giorni e c’erano già centinaia di persone.
DIEGO: Poi abbiamo deciso di fare casino davvero al Lebosky Park. Volevamo fare una coreografia come allo stadio.
FEDERICO: Ci siamo chiusi una sera a casa con le birre e abbiamo iniziato a pensare alle idee. Alla fine abbiamo creato lo striscione con la frase La mia morte si trasforma in arte.
CHIARA: Abbiamo fatto questo stendardo 3 mt per 3 mt, questa ragazza del gruppo che studia all’Accademia delle Belle Artiha disegnato le varie copertine di Salmo sul dipinto di Caravaggio di Giuditta e Oleferne. Non sapevamo neanche quando aprire lo stendardo. Era grande e dovevamo cordinarci tutti insieme. Poi a un certo punto, prima che entrasse Luca Agnelli, Salmo si è voltato, noi ci siamo capiti al volo e l’abbiamo dispiegato. È rimasto sorpreso e super contento quando l’ha visto. Poi l’ha portato sul palco e appeso sulla postazione del producer.
CHIARA: Sì, anche a Valencia abbiamo conosciuto un sacco di persone attraverso il gruppo. Poi c’è stato il ritrovo che abbiamo fatto a Roma a dicembre… è stato bellissimo, c’era gente che è venuta anche dall'Abruzzo apposta per incontrarci. La cosa assurda è che ormai la gente viene in fila ai concerti per conoscerci.
DIEGO: Sì, arrivano e fanno: “Oh ma tu sei Diego?”, “Tu sei quelli degli Ultras?”. E poi li riconosciamo pure noi, perché magari li incontri a tre o quattro concerti diversi.
FEDERICO: Ma poi la cosa bella è proprio il clima che si crea. Noi alle file portiamo sedie, acqua, roba da mangiare… stiamo là tutto il giorno a chiacchierare con la gente.
DIEGO: Sì, non siamo quelli che stanno chiusi e basta. Si parla con tutti, si fanno amicizie.
CHIARA: Ed è da lì che è nato tutto. A una certa abbiamo detto: “Ma perché non ci diamo un nome? Tanto stiamo sempre insieme”.
CHIARA: Parigi è stata la data più assurda. Lì Diego è pure salito sul palco con lui a cantare Ho paura di uscire 2. C’era Salmo che si gasava da morire a vederlo rappare e poi gli ha fatto fare stage diving sul pubblico.
FEDERICO: Parigi non batte nessun concerto, guarda. Neanche il Lebowski Park, neanche San Siro. Parigi è stato fantastico. DIEGO: Le date all’estero ci hanno viziato. Ha fatto tutti club piccoli. Anche il locale fa tanto sulla riuscita del concerto.
DIEGO: Ci ha ringraziato dal palco a Valencia. Ha detto una cosa tipo: “Grazie agli Ultras di Salmo che ci seguono sempre”.
CHIARA: All’estero ci ha dato tantissimo spago. A lui l’ha fatto salire sul palco, a me ha dedicato Il cielo nella stanza per il mio compleanno a Madrid…
CHIARA: Per me invece è incredibile: non credo esista una canzone sua che non mi piaccia. Però ci sono canzoni a cui magari mi sono legata in un momento negativo e faccio fatica a riascoltarle.
DIEGO: Devi considerare che è passato dall’hip hop più duro di The Island Chainsaw Massacre e Death USB a robe più rock, poi a pezzi più melodici o più rap come Midnite. Quindi prende più fasce di pubblico: riesce sempre ad adattarsi senza perdere identità.
FEDERICO: E poi, artisticamente, è completo. Suona la batteria, la chitarra, canta, produce, fa le basi… cioè è un artista a 360 gradi. Ha pure creato una casa di produzione, ha fatto crescere un sacco di artisti. Di musica ci capisce veramente.
DIEGO: Sul palco poi si vede. Anche quando magari fa pezzi che ti piacciono meno, comunque capisci che dietro c’è un artista enorme. In Italia rapper così ce ne stanno pochi.
CHIARA: A me stupisce sempre, qualsiasi cosa faccia.
DIEGO: E non è mai andato sotto le aspettative, mai.
DIEGO: Per me invece resta l’Hellvisback Tour del 2016. Quell’anno era fuori di testa. Sono andato fino a Reggio Emilia, avevo vent’anni. Era proprio un’altra epoca, erano più concerti da club, stavi molto più vicino.
FEDERICO: Però secondo me il concerto più impressionante resta San Siro. A un certo punto mi sono girato e dietro di me vedevo solo una massa infinita di gente. Impressionante davvero.
CHIARA: La fila di quel concerto me la ricordo ancora. Dalle nove di mattina, sotto al sole. E pensa che lì noi tre ancora non ci conoscevamo. A un certo punto parte il pogo e lui mi vede me schiacciata in mezzo alla folla che quasi non respiravo.
FEDERICO: Sì, allora abbiamo cercato di tirarla fuori e “salvarla”, però ci siamo fatti un concerto assurdo.
CHIARA: Sì, secondo me pure.
E tu, cosa ne pensi a riguardo?
Se il contenuto ti è piaciuto, sentiti libero di usare i bottoni di condivisione sottostanti. Sapere che lo hai apprezzato ci regala sempre un sorriso.