Perché le hit estive da laboratorio non ci piacciono più
C’è stato un tempo in cui la canzone dell’estate era una cosa seria. Non perché fosse musica colta, ma perché riusciva in qualcosa che è forse più difficile di una struttura armonica complessa: lasciare un segno nell’immaginario collettivo, in modo piacevole o, meglio, in modo pacifico. I Righeira che cantavano della bomba atomica sotto l’ombrellone con Vamos a la playa, o il primissimo Jovanotti, non erano il frutto di una formula degna di ingegneria gestionale tra Wall of Sound e studio dell’algoritmo per andare virali. Erano esperimenti pop che si prendevano un rischio. Oggi, invece, le estati musicali assomigliano sempre più a una catena di montaggio. Le major e i grandi produttori applicano la solita ricetta: prendi tre nomi in cima alle classifiche, un campionamento vintage, una ritmica reggaeton (se vuoi esagerare uno pseudo-funky) e spingi il prodotto in radio ogni tre minuti. Il risultato? Un bombardamento a pioggia in stile Arancia Meccanica che subiamo passivamente (e tante maledizioni dagli automobilisti). Le ascoltiamo perché siamo costretti a farlo nei bar o in spiaggia, ma a settembre quelle canzoni sono già evaporate, senza lasciare traccia nella cultura di massa. La conferma non è solo una sensazione nostalgica di un trentenne (io), ma una dinamica industriale precisa. Se si confrontano i dati dei report EarOne (che tracciano i brani più trasmessi dalle emittenti radiofoniche italiane) con la Top 50 di Spotify Italia, si nota una discrepanza profonda. La radio continua a spingere a ritmo battente i tormentoni delle major, ma nelle classifiche di streaming reale e, soprattutto, nelle playlist generate dagli utenti la storia cambia. I brani radiofonici mostrano un tasso di decadimento dei riascolti spaventoso: appena finisce la bella stagione, finiscono molto velocemente nel dimenticatoio. Non c’è attaccamento emotivo, c’è solo saturazione: E anche sta hit ce la semo levata dalle palle. All’estremo opposto di questa catena di montaggio c’è il fenomeno di brani come Io non mi innamorerò. Un pezzo nato e cresciuto organicamente su TikTok, arrivato al grande pubblico senza passare in radio e senza budget milionari da multinazionale. E addirittura senza nemmeno la necessità di farlo mixare e masterizzare in qualche studio super costoso fuori Italia! Non stiamo parlando della Nona Sinfonia di Beethoven e non c’è nessun problema ad ammetterlo. Ma nella sua semplicità, nella sua ironia e in quella struttura immediata, porta con sé un elemento che le hit da laboratorio hanno totalmente perso: la spontaneità. Le persone hanno salvato, condiviso e reso virale questa canzone perché ne hanno riconosciuto un’identità vera, degli elementi peculiari e fuori dagli schemi: far cantare il ritornello a una ragazza che non è una cantante non è una scelta che un consiglio di amministrazione accetterebbe a cuor leggero, però questa scelta ha dato un sound interessante, particolare e identificativo al pezzo. Il pop non deve essere per forza pretenzioso o intellettuale, ma deve tornare a essere coraggioso. L’omologazione attuale non è colpa del pubblico, che anzi dimostra di saper premiare l’inatteso ogni volta che ne ha l’occasione. È la risposta di un’industria discografica spaventata dal rischio, che preferisce l’usato sicuro e la produzione in serie al talento puro. Se persino l’estate, la stagione della leggerezza, dell’abuso di carboidrati e dei colpi di testa, si riduce a un foglio Excel compilato a tavolino dai direttori artistici, allora abbiamo un problema serio. Ridateci l’ironia, ridateci la follia e, soprattutto, permettete di nuovo al pop di sbagliare.
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