La danza delle streghe

Florence agli iDays ci regala l’apice della sua stregoneria

Il 3 Luglio sono stato agli iDays di Milano, sul cui palco ha preso il microfono Florence Welch, frontwoman del progetto britannico Florence + The Machine nonché una delle voci più singolari del panorama musicale internazionale. Con un timbro profondo e una voce che si distingue per la sua doppia natura soave e prorompente, Florence ha dato vita a un rituale durante il quale migliaia di persone hanno cantato canzoni nuove e vecchie del repertorio della band, caratterizzato dagli inni di resilienza, forza e autodeterminazione che negli anni le hanno regalato hit internazionali e hanno costruito attorno ad essa un’identità forte e che ancora oggi dopo quasi 20 anni di carriera resta inconfondibile.

Dopo le esibizioni dei Cliffords e dei Manic Street Preachers inizia il concerto degli headliner che, coerentemente con l’estetica dell’ultimo album, Everybody Scream, si ispira all’estetica ottocentesca nei costumi e, per quanto riguarda la narrazione, all’immaginario stregonesco. Il palco è quasi spoglio, la band disposta ai lati del palco, al centro entra Florence in un abito stregonesco total black accompagnata da 4 ballerine vestite come semplici paesane e insieme danno inizio alla magia. Ad aprire il concerto la title track Everybody Scream, che dà l’avvio con un tono rock molto deciso al concerto, mentre il pubblico risponde a Florence cantando gli ululati e le risposte della canzone. Il primo atto segue questa falsariga: con Shake it out e Which witch la rabbia, le percussioni e gli accompagnamenti aggressivi, il sentimento di riscatto da tutte le sofferenza subite danno a tutto il prato l’energia per iniziare questa celebrazione.

Nel secondo atto il mitologico è protagonista, durante Rabbit Heart Florence chiede al pubblico di alzare sulle spalle delle persone per sacrificarle agli dei in favore di tutto il resto del pubblico, coerentemente col testo della canzone, in un rituale celebrativo su quello che abbiamo passato e sulle trasformazioni che abbiamo dovuto subire per sopravvivere al mondo che ci circonda.

I wish that I could just be brave
I must become a lion-hearted girl
Ready for a fight
Before I make the final sacrifice
We raise it up, this offering
We raise it up
Florence+The Machine, Rabbit Heart (Raise It Up), 2009

Questo gioco che Florence fa con noi è sì spettacolo, ma è anche il momento in cui chi non sa chi sia riesce a capire al meglio cosa racchiuda il suo personaggio: i testi pieni di immagini mitologiche, spirituali, eteree, volutamente anche sopra le righe a volte, uniti a una voce che non ricerca la leggerezza angelica che molte artiste inseguono, ma che abbraccia la propria natura profonda, forte, tuonante, hanno fatto sì che nella sua visione artistica prendesse forma un sentimento autentico di riscatto. Senza buonismi su quanto ci si senta forti dopo una rottura o su quanto quello che il mondo ci tira addosso non ci tocchi (non che ci sia niente di male, anzi, a volte abbiamo bisogno anche di questo), ma abbracciando il dolore che ci tormenta, esasperandolo e rendendolo finalmente visibile, fino ad arrivare a essere in grado di combatterlo. Il concerto prosegue con un magnifico alternarsi di performance pienamente rock, cariche di rabbia, a momenti di leggerezza, dove l’arpa e i vibrati inconfondibili della Welch ci trasportano nel loro mondo fatato ed etereo. La Machine, insomma, si trasforma in una sorella perfetta per la voce di Florence, trasformandosi con lei e dando vita a un connubio assolutamente affascinante. Il quarto atto è forse il più memorabile. Inizia con Buckle, la canzone che non doveva esserci nell’album, ma che Florence è stata convinta a inserire, rivelatasi poi un successo e estratta come singolo in seguito all’uscita dell’album. Florence ironizza sul fatto che sia troppo vecchia per scrivere una canzone come questa, che parla fondamentalmente di ghosting, di essere lasciati indietro mentre ancora ci si tiene attaccati a quella persona, o all’idea di essa. Questo sentimentalismo continua con Never Let Me Go, hit del secondo album che dà inizio a un coro interminabile, portato avanti ancora e ancora anche a cappella da lei e dalle migliaia di streghe che la circondano, ma il vero picco emotivo, per me, arriva con la canzone successiva. Sympathy Magic, terzo singolo estratto dall’album prima dell’uscita, è una canzone che parla del rendersi conto dopo un momento di smarrimento, di sofferenza, che non è seguendo le regole e i modelli che sentiamo ripetere in giro che vivremo felici, al meglio di quanto siamo in grado, sentendoci effettivamente in controllo della nostra persona e della nostra vita.

I do not find worthiness in virtue
I no longer try to be good
It didn't keep me safe
Like you told me that it would
Florence+The Machine, Sympathy Magic, 2022
Questo momento di cui Florence parla è con ogni probabilità l’operazione per salvarsi la vita a cui si è dovuta sottoporre nel 2023, durante il tour per la promozione dell’album precedente, e che le l’ha ispirata per realizzare quello che è diventato uno degli album più acclamati della sua carriera.
The only God that I know
And it does not want me on my knees to believe
Head high, arms wide
Aching-aching-aching
And alive
Florence+The Machine, Sympathy Magic, 2022

Mentre canta forse una delle canzoni più potenti emotivamente di tutto il suo repertorio, sul bridge, scende davanti alle transenne, dando vita alla barricade walk più toccante a cui abbia mai assistito. Prima con un accompagnamento musicale discreto, poi a cappella, canta a oltranza guardando negli occhi i fan uno a uno, fermandosi da loro, abbracciandoli, spostandosi lentamente e abbandonandosi ogni volta fra le braccia sempre delicate di uno o più fan, cantando insieme, creando con alcuni di loro un momento di un’intimità sproporzionata in mezzo a migliaia di persone. Il resto del pubblico è rispettoso, non strattona, non stringe, rispetta l’atmosfera che si è creata e lascia che i fortunati godano appieno di quei lunghi momenti a tu per tu con una dei loro idoli.

Come ogni concerto che si rispetti, alla fine arriva la canzone anthem, quella mainstream, ma che più di ogni altra è riuscita a unire migliaia, milioni di persone all’artista, attorno a un messaggio. Dog Days Are Over è la prescelta. Prima la canta normalmente, dando l’occasione di filmarla, poi si ferma, la band suona, e lei chiede a tutti di mettere via i telefoni, perché, dice lei, se filmi non salti, se filmi non ti emozioni, se filmi non vivi. E allora via i telefoni e si canta, si urla e ci si scatena tutti insieme, festeggiando all’inizio di una nuova vita, lontana dai nostri tormenti. Questo ottimismo si protrae con Free, la canzone che chiude definitivamente il concerto e che racchiude forse il messaggio più simbolico della serata, quello che Florence vuole lasciarci perché lo portiamo via con noi.

It chews me up, spits me out
Picks me up, puts me down
But I hear the music
I feel the beat
And for a moment
When I'm dancing, I am free
Florence+The Machine, Free, 2022
Questo ritornello in effetti racchiude il senso del concerto. Ballare, cantare e urlare affinché la musica possa liberarci dai nostri tormenti, perché ha il potere di darci la forza di credere in noi e continuare a vedere il mondo con ottimismo, con la bellezza che gli appartiene e che spesso ci dimentichiamo di continuare a cercare. Se non conoscete Florence ascoltatevi la setlist di questo concerto, guardatevi i video, perché è riuscita a creare sia una carta d’identità perfetta per chi non la conoscesse a fondo, racchiudendo ogni evoluzione della sua carriera, sia a mettere insieme un rituale affascinante e liberatorio per i suoi fan, che difficilmente scorderanno.

20.07.2026 Andrea Vomiero