La stratificazione sonora di Liberato e il Maschio Angioino

Tra leggende e sonorità

In un tiepido gennaio di pochi anni fa, durante una delle mie numerose scappate nella città di Napoli, ebbi modo di visitare il Maschio Angioino, uno dei simboli indiscussi della città partenopea. Nell’occasione scoprii che il Maschio Angioino vanta un’importante stratificazione architettonica e culturale. Infatti, prima ancora che Carlo I d’Angiò ordinasse nel 1279 di costruirvi una reggia sul mare, la porzione di terreno sulla quale oggi alberga l’imponente struttura aveva ospitato una villa romana di età imperiale, successivamente una necropoli e, ancora, un convento di frati Minori. Tuttavia la storia non finisce con l’arrivo degli Angioini; Alfonso d’Aragona commissionò un restauro completo della struttura a Guillem Sagrera, aggiungendo le cinque torri tuttora presenti,e donando al castello una veste gotico-catalana. L’opera venne poi ulteriormente ristrutturata sotto il dominio dei Borbone nel XVIII secolo. Riflettendo su questi avvenimenti, mi venne spontaneo associare questa stratificazione architettonica a quella sonora di un artista partenopeo di cui possiedo tutti i vinili disponibili e che apprezzo non solo per l’aspetto musicale, ovvero Liberato. L’artista mascherato è maestro nel far capire agli ascoltatori quanto il dialetto napoletano sia un vero e proprio mosaico linguistico, utilizzando termini e slang derivanti dalla lingua spagnola, francese e greca oltre che da quella inglese. Trovo quindi sensato affermare che alcune canzoni di Liberato siano lo specchio della città, sia per l’uso di parole napoletane ricercate con profonda contaminazione straniera (si pensi ad esempio al termine sciantosa, utilizzato nella canzone Niente, per indicare una ragazza altezzosa; il termine è preso dal francese chanteuse e indica le cantanti d’Oltralpe che si esibivano nei locali napoletani a fine Ottocento, note per la loro vanitosità), sia per i contenuti con riferimenti più o meno espliciti sulla storia di Napoli. Spicca in questo senso Partenope, traccia con cui Liberato apre l’album LIBERATO II uscito nel 2022. La scelta di piazzarla in apertura non è assolutamente casuale: secondo la leggenda, la sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, approdò esanime sulle rive di quella che sarebbe diventata Napoli, fondata, si dice, proprio in quel punto. La canzone diventa così una porta d’ingresso, quasi come a voler dire: Qui inizia tutto, sia l’album, sia la storia di una città straordinaria. Sempre nel disco LIBERATO II compare un’altra interessante canzone: Anna. Il brano racconta la storia di un uomo che, nonostante la distanza e i viaggi in giro per il mondo, non riesce a dimenticare la donna che ama, Anna, appunto. La implora di non sposare un altro e di concedergli un’ultima possibilità, confessando che i litigi e il tempo non hanno cancellato i suoi sentimenti ed ammettendo errori commessi. Per quanto riguarda il videoclip che Liberato ha associato al brano, i riferimenti sono, con tutta probabilità, ad Anna Carafa, nobildonna vissuta nel XVII secolo e proprietaria del Palazzo Donn’Anna. La leggenda narra che, durante l’inaugurazione del palazzo, Anna scoprì il principe Gaetano di Casapesenna (di cui era innamorata) mentre baciava la giovane Mercedes, nipote della stessa nobildonna. La gelosia di Anna scatenò una serie di eventi tragici, culminati con la misteriosa scomparsa di Mercedes e la morte del principe. Si possono poi riportare alcuni esempi di canzoni di Liberato strettamente legate alla musica napoletana del passato: in Cicerenella, una tarantella ultracentenaria viene reinterpretata e adattata a un caotico beat UK garage, quasi a voler lanciare il passato nell’orbita del futuro, pur mantenendo intatta l’energia del brano originale. Un’operazione simile si ripete circa tre anni più tardi con Turnà, dove la celebre Voglia ’e turnà di Teresa De Sio viene riadattata su un beat urban che apre l’album LIBERATO III. Nella speranza che voi lettori possiate perdonare questa piccola folle associazione tra un edificio storico e un artista musicale, concludo affermando che Liberato, con tutta certezza, non sia un semplice artista che canta in napoletano, ma che, così come il Maschio Angioino, porti con sé piccoli frammenti di tutta la storia di Napoli, raccontandola così in tutti i suoi aspetti, da quelli più immediati a quelli più profondi e ricercati. Nei lavori dell’artista incognito sentiamo la pocundria tipica delle chitarre di Murolo, la sensibilità per i problemi sociali, il modo viscerale di intendere l’amore – inclusa la paura di ritrovare vecchi sentimenti in Viennarì– un pezzo di un coro da stadio cantato dai tifosi napoletani, in Gaiola – e, infine, l’insaziabile voglia di fondere generi diversi. Una fusione che fu già la cifra stilistica di Pino Daniele, un genio monumentale della musica italiana e internazionale che spero di potervi raccontare presto, magari attraverso un’altra insolita associazione.

31.09.2026 Lorenzo Stenca