La reunion degli Oasis diventa un film
Liam e Noel Gallagher arrivano al Lido per la prima mondiale di Oasis: Don’t Look Back in Anger. Un documentario sulla reunion, certo, ma soprattutto su cosa succede quando una storia che credevamo finita decide, contro ogni previsione, di tornare. Venezia è una città che non sa fare ingressi sobri. Nemmeno gli Oasis, del resto. Arrivano al Lido in motoscafo, occhiali scuri e quell’aria vagamente infastidita dal mondo che fa parte della band da oltre trent’anni. Ad aspettarli ci sono i fan, telefoni alzati, urla, autografi e la sensazione abbastanza surreale di vedere due pezzi della Manchester anni Novanta galleggiare tra i canali veneziani. A Liam chiedono come si senta. Risponde come solo Liam Gallagher potrebbe rispondere: Biblical, mzan, biblical. Noel, più contenuto, si limita a un Bellissimo. In fondo basterebbero già queste due battute per raccontarli. Liam continua ostinatamente a essere Liam Gallagher; Noel continua a essere Noel Gallagher. E noi possiamo di nuovo guardarli insieme, uno accanto all’altro. Il 5 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso Oasis: Don’t Look Back in Anger, 122 minuti diretti da Dylan Southern e Will Lovelace e scritti da Steven Knight* – creatore di Peaky Blinders. Al centro c’è il tour Oasis Live ’25, quello che nel 2025 ha trasformato la reunion più improbabile del rock britannico in uno degli eventi musicali dell’anno. Nel documentario ci sono i concerti, naturalmente, ma anche backstage, prove e immagini mai viste prima. Soprattutto, ci sono Liam e Noel insieme nelle interviste dopo vent’anni – l’ultima volta risale al 2006 in Lock the Box. Ed è qui che il titolo diventa quasi ironico, un film chiamato Don’t Look Back in Anger non fa altro che guardare indietro. Gli Oasis, nati a Manchester nel 1991, sono diventati in pochi anni una band talmente grande da sembrare perfino troppo grande per sé stessa: due fratelli giovani, arroganti, divertenti, insopportabili e brillantissimi, capaci di scrivere alcune delle canzoni più importanti del britpop e, allo stesso tempo, di trasformare qualsiasi divergenza in una guerra personale. Fino al 2009, alla lite dietro le quinte di Parigi e alla fine della band. Una fine talmente caotica e definitiva da sembrare, a ripensarci, quasi l’unico modo possibile in cui gli Oasis avrebbero potuto sciogliersi. Poi sono arrivati gli anni delle frecciate, le interviste, gli insulti, le dichiarazioni. Le reunion date per possibili e smentite cinque minuti dopo. Per molto tempo chiedere se Liam e Noel sarebbero tornati insieme era diventato quasi un rituale di giornalismo musicale britannico, con una sola risposta: No. Fino a quando non lo è stata più. Forse la parte più interessante della reunion sta proprio qui. Non tanto nell’aver riportato gli Oasis sul palco, quanto nell’averlo fatto dopo tutto questo tempo. Perché Liam e Noel non sono tornati sul palco fingendo che gli ultimi sedici anni non siano esistiti. Sono tornati essendo, inevitabilmente, due uomini diversi da quelli del 1994. Il documentario sembra interessarsi proprio a quella distanza, senza cancellarla. Rimane lì, anche quando i due fratelli cominciano ad avvicinarsi. Sarebbe anche poco credibile aspettarsi un abbraccio con violini in sottofondo dai Gallagher. La riconciliazione passa piuttosto attraverso le prove, le battute, qualche silenzio e quella forma di comunicazione abbastanza particolare che due persone possono avere quando si conoscono da sempre. Steven Knight ha parlato del film come di una storia di riconciliazione, redenzione e perdono; gli stessi registi hanno scelto di interferire il meno possibile con il rapporto tra i due, lasciando che fosse la macchina da presa a registrare il disgelo mentre accadeva. Poi c’è la musica. Che forse è l’unica lingua sulla quale Liam e Noel non hanno mai dovuto mettersi d’accordo. Alla fine della proiezione il pubblico si alza in piedi. L’ovazione dura circa otto minuti e parte Champagne Supernova, cantata dal pubblico mentre Liam e Noel sono lì davanti. Noel sembra commosso. Liam alza un braccio ma, dopo un po’, rompe la solennità del momento chiedendo se sia arrivato il momento di andarsene. Ed è, probabilmente, giusto così. Perché è anche questo che rende il loro ritorno diverso da tante operazioni costruite esclusivamente sulla nostalgia. In fondo è sempre stato questo il trucco degli Oasis: prendere sentimenti quasi banali e farli sembrare abbastanza grandi da riempire uno stadio. Voler scappare, voler diventare qualcuno. Innamorarsi. Sentirsi invincibili quando non lo si è per niente. Voler vivere per sempre pur sapendo, con una certa evidenza, che non succederà. Basta guardare chi c’era ai concerti del Live ’25. Non erano soltanto quelli che nel 1994 avevano comprato Definitely Maybe. C’erano ragazzi che, quando la band si scioglieva nel 2009, erano bambini. Alcuni gli Oasis non li hanno mai nemmeno vissuti davvero, li hanno ereditati. Live Forever, Slide Away, Supersonic, Don’t Look Back in Anger. Le canzoni sono rimaste più o meno dov’erano. È il pubblico intorno a essere cambiato. Forse è per questo che la reunion ha funzionato così bene. Nessuno aveva davvero bisogno di un altro tour degli Oasis. Nessuno aveva bisogno di vedere due uomini di mezza età fingere di essere ancora i ragazzi di Manchester del ’94. Eppure, avevamo una gran voglia di riaverli indietro. Non identici a prima, solo di nuovo lì. Alla fine, Don’t Look Back in Anger dice una cosa molto più interessante di quanto sembri. Non ci chiede di smettere di guardarci indietro, ci suggerisce, semmai, che prima o poi possiamo provare a farlo senza essere ancora arrabbiati. Per Liam e Noel Gallagher ci sono voluti sedici anni. Biblical.
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