L’esperienza collettiva nella libertà della solitudine
Ho sempre ammirato chi va ai concerti da solo. Così come chi va al cinema, ai musei, al parco. Io ho sempre avuto la tendenza ad osservare le persone nella loro umanità: le persone mi piacciono, mi incuriosiscono, posso farci poco. Le vite degli altri influiscono sulla mia. Ogni volta che esco nel mondo finisco per tornare a casa con qualcosa di nuovo nel mio bagaglio: il jeans della ragazza bionda che ho visto in metropolitana, l’album che un ragazzo ha comprato al negozio dell’usato, il modo in cui un padre spingeva l’altalena al figlio. Ciò che da sempre avrei voluto fare mia era la capacità di esistere da sola. Divertirmi in compagnia di me stessa senza finalizzare tutto al confronto con l’altro. Senza gli sguardi da scambiare a fine performance per esprimere un parere. Senza la sensazione di dovermi livellare sull’esperienza altrui. Suona un po’ triste, forse. O un po’ cattivo. Ma io non sono una solitaria: so stare in compagnia. Solo che a volte vorrei prevalere io all’interno di un evento. Anni fa avevo programmato di andare a un concerto da sola. Non successe. I piani dell’universo furono altri, e non li rimpiango. Ma ciò mi ha portata, quest’estate, ad andare a un concerto completamente da sola. Lo stesso che avrei dovuto vivere anni prima. L’ho fatto per smuovermi, per riattivare in me la voglia di sentire qualcosa, ancora. Non è stato semplice: quando ti muovi senza una spalla accanto ti sembra di portare un cartello con scritto “anima solitaria”. Mi ha fatto strano, ecco. Eppure mi sono nutrita dell’ansia che aleggiava attorno a me, della gioia che ci aveva condotti tutti nello stesso posto. Andare da sola mi ha consentito di osservare gli altri: gente a me estranea, lì per un motivo comune — godersi il concerto. Non dico che da sola non me lo sarei goduto anch’io, ma certe esperienze richiedono un grado di intimità elevato. Non andrei al cinema con chi parla durante il film o con chi illumina la sala col cellulare. C’andrei con chi, nonostante faccia cose che potrei reputare poco piacevoli, mi rendesse ugualmente l’esperienza speciale, perché saprei di condividere qualcosa: le opinioni, le emozioni, il senso dell’attesa, la preparazione. Stesso discorso per i concerti. Quando so che sto per affrontare un viaggio interiore guidato dalle parole di un artista, devo esserci solo per me. Così è stato l’estate scorsa. Anche se ho sentito più di una persona dire: “Io da sola non ci andrei mai a un concerto”, “Mi sentirei a disagio”. Quelle frasi mi hanno ferita. Mi sono pietrifcata, ero stata riconosciuta: la persona-più-triste-del-mondo, la più-sola. L’attesa era lunga, il sole ancora alto. Potevamo riconoscerci in volto. Io, allora, ho fatto ciò che so fare meglio: ho scritto. Sul mio taccuino ho lasciato scorrere pensieri ed emozioni. Mi era già successo un anno prima: ero sola anche allora, ma non mi ci sentivo realmente. Sapevo che, in qualche modo, stavo ancora condividendo quell’attesa con qualcuno. Scrivendo ho spostato l’attenzione su qualcos’altro. Quando le luci sono sparite dal cielo e sono comparse sul palco, tutto ha acquisito un senso: la musica è stata la mia compagnia, era con lei che mi stavo confrontando, l’artista mi parlava e io gli rispondevo. Poi ballavo. Poi ridevo. Insomma. Vivevo il concerto. E lo rifarei.
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