Coil e Eels trasformano il lutto in musica
Un argomento doloroso, personale e triste come la morte è sicuramente un ostacolo che prima o poi chiunque dovrà affrontare o ha già affrontato, molto spesso uscendone devastati o… beh, morti, se si è i diretti interessati. Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere. La dipartita di una persona cara può sortire gli effetti più disparati nella caleidoscopica varietà della razza umana: ognuno reagisce in modo differente e, in rari casi, può addirittura dare nuova vita a opere d’arte in cui l’autore vi canalizza il lutto mescolato all’estro dell’artista che sceglie di rendere immortale il ricordo della persona cara venuta a mancare. Gli Eels sono un gruppo indie rock statunitense capitanato dal frontman Mark Oliver Everett, uno a cui la vita non ha arriso particolarmente. A 19 anni trova il cadavere del padre, Hugh Everett III, un celebre fisico. E da lì, la morte lo accompagnerà durante il suo percorso professionale, fino ad acuirsi al raggiungimento della vetta artistica che coincide con la pubblicazione dell’album Electro-shock Blues, edito dalla DreamWorks Records (sì, proprio come la DreamWorks cinematografica) nel 1998. La sorella di Everett muore suicida dopo essere stata ricoverata a cause delle sue patologie psichiatriche, trattate con una terapia elettroconsultivante, un nome decisamente più carino e meno antiquato dell’infausto elettroshock. Intanto, la madre era malata terminale di cancro ai polmoni e morì durante il tour dell’album. Meno tragica (a livello prettamente numerico) è la storia dei Coil, duo britannico attivo dagli Anni ‘80 nel genere industrial. John Balance e Peter Christopherson non erano solo partner sul lavoro: hanno tessuto una relazione sentimentale e professionale fino al 2004, anno della tragica scomparsa di Balance. Il compagno di una vita Christopherson decise di omaggiarlo pubblicando un album postumo a siglare la fine di una carriera eterna e immortale, un testamentario lascito al mondo intero del sound unico e intramontabile del duo britannico. Un anno dopo la morte di John Balance, esce The Ape of Naples, il capolavoro finale dei Coil. Ognuno sviluppa un modo diverso per affrontare la spietatezza della morte. Un evento così tragico ha dato vita, in questo caso, a due opere meravigliose concepite in due modi e stili opposti. The Ape of Naples ci ricorda dal primo secondo che il lutto è sacralità, ritualità, ossequio. Tutti i brani che compongono il disco sono rimaneggiamenti di pezzi già pubblicati durante la carriera ventennale del duo britannico: alcuni sono stati rimodellati, altri provengono dai live del gruppo. Cuffie alla mano, piattaforma di streaming preferita e si parte. Si entra nel mausoleo di John Balance in punta di piedi, da subito schiacciati dalla nenia lugubre e imponente di Fire of the Mind che riecheggia tra le fredde pareti di pietra. L’ambiente è tetro, umido e il dramma colpisce in pieno petto. L’album consiste di una serie di composizioni, anche molto lunghe e impegnative, che stregano l’ascoltatore con una solennità funerea impressionante. La morte suona e si sente: del resto, accostarla a un genere metallico e glaciale come l’industrial aiuta tantissimo a raggiungere l’esito sperato. Tattoed Man sfrutta un malinconico riff che serpeggia lungo 6 minuti di cadenzato raccapriccio. I Coil scendono ancora nell’abisso, trascinandoci di peso. It’s in My Blood e I Don’t Get It sono forse le canzoni più sperimentali del disco, tra urla strazianti e sonorità apocalittiche. Difficili da digerire, ma estremamente complesse e interessanti. A metà album, questi due pezzi sembrano un parallelismo con la fase dell’elaborazione del lutto di un partner di vita: ti frastorna, ti scuote e ti ribalta, ma la consapevolezza arriva a metà, prima del superamento e dell’accettazione. La morsa allo stomaco si intensifica e le budella si torcono dal dolore inumano. Ma, alla fine, la libertà. Lasciar andare è sicuramente la cosa più complicata nonché la più giusta. Going Up, la traccia finale di The Ape of Naples è l’eredità di Balance che raccogliamo al termine di una vita spesa per la musica. Lo stesso Christopherson sceglie di liberare l’amore di una vita dalle vanità terrene. Come specifica il titolo, Balance ascende e viene richiamato dall’ultraterreno. Ora è libero, ha finito di cantare, di fare musica e il suo addio ci rasserena. Anche l’atmosfera del brano è più distesa, quasi a voler spianare la strada per fuggire dalla materialità del mondo che imprigionava la sua anima fino a quel momento. Lo stesso Christopherson ha affermato che Going Up potrebbe essere l’epitaffio di John Balance e, arrivati al termine di questo ascolto, non si può che essere d’accordo con lui. Se la sacralità e la solennità sono i temi che permeano l’album dei Coil, gli Eels, e in particolare il frontman Mark Everett, hanno un approccio diverso per convivere con il lutto. Electro-shock Blues è un concentrato di ironia, dark humour, tragedia e anche speranza. Al momento della pubblicazione dell’album, gli Eels erano composti da due soli membri e dunque si sono avvalsi della collaborazione di un ampio organico strumentale orchestrato alla grande da un ispiratissimo Everett, autore dei testi dedicati alla sorella e alla madre (a eccezione di Baby Genius, dedicata al padre). L’indie alza l’asticella e sfiora l’art rock in un tripudio musicale ben assemblato; le liriche di Everett sono dissacranti nel modo in cui affronta tragedie immani. Si parte con la prima dedica alla sorella, la canzone Elizabeth on the Bathroom Floor, una dolce ode a Elizabeth Everett.
My life is shit and piss
Dopo essere andato al suo funerale (Going to Your Funeral Part I), Everett dedica una canzone (Cancer for the Cure) alla madre malata di tumore ai polmoni. Le metafore sarcastiche si destreggiano su un ritmo blues guidato dall’organo Hammond che, come un ticchettìo inesorabile, scandisce il tempo del brano. Le prime lacrime, se non si è già stati colti alla sprovvista con le canzoni di apertura del disco, si versano per la doppietta My Descent Into Madness e 3 Speed. La malinconia del ricordo di una persona cara scomparsa si materializza impeccabilmente in Last Stop: This Town, forse la canzone più bella dell’album: un brano gioioso e colmo di speranza nel quale Everett chiede alla sorella di fare un ultimo volo sulla città con lui. L’immagine che evoca il testo è raffigurata alla perfezione nella copertina del disco: un disegno stilizzato, di quelli che farebbe un bambino. L’album si chiude con due canzoni meravigliose: My Medication Is Wearing Off e P.S. You Rock My World, a concludere un percorso pieno di sofferenza, cordoglio, ma soprattutto gioia di poter ricordare e tributare le persone che non ci sono più. Due modi di raccontare il lutto differenti e due modi di fare musica quasi agli antipodi. Tuttavia, due modi di raccontare la vita e la morte che scavano nell’anima di chi li riceve. E la musica è un veicolo fantastico per tramandare in eterno l’anima di qualcuno.
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