Quando la musica parte dall’umanità
Quest’anno abbiamo visto per la prima volta Sanremo con uno sguardo più critico. Fino ad ora, per noi di Fuori Tempo, Sanremo era quella settimana di collettività durante la quale ascoltare e parlare di ciò che avevamo ascoltato con i nostri amici. Anche adesso è così, con la differenza che ciò che pensiamo lo riportiamo a voi. Questo Sanremo, in particolare, è parso più amico dei giovani per quanto riguarda gli ospiti. Immancabili artisti giganti come Patty Pravo, poi i classici come Francesco Renga e Raf. Arisa si colloca invece esattamente nel punto di mezzo tra i più giovani e i più adulti. Poi, come hanno deciso di etichettarli molti giornalisti, i figli di papà: Tredici Pietro, Leo Gassman e LDA, in gara con Aka 7even. I protetti di noi giovani: nayt, Sayf, Samurai Jay. Poi ancora Fulminacci, Tommaso Paradiso, Levante, Maria Antonietta e Colombre. Insomma, questo cast ha fatto parlare di sé: tra opinioni contrastanti, meriti opinabili e fama pregressa, tutti gli artisti hanno dato quel contenuto necessario, si sono messi alla prova e, chi più chi meno, ci hanno intrattenuti durante questa settimana santa. Chi ci conosce sa che il nostro genere prediletto è il rap, con tutti gli artisti di riferimento. Parliamo anche della scena indie, ma più di tutto amiamo la musica: quella pura, quella che riesce a smuovere qualcosa. Amiamo scoprire cose nuove, ci piace l’idea di non conoscere tutto; per questo, ai gentili commenti di certi opinionisti — “ma questo chi è?”, “ma chi lo conosce?” — chiediamo di non esserne troppo fieri: l’ignoto è molto più entusiasmante della zona di comfort. Proprio in questo numero, grazie agli articoli dei nostri collaboratori, abbiamo scoperto nuova musica e ne siamo avidi. Ahimè, l’ostentazione dell’ignoranza sembra essere la giustificazione di una pigrizia lavorativa (perché è proprio da professionisti che sentiamo queste domande) che preferiscono ricamare riflessioni su una piena superficialità, piuttosto che su una frammentata conoscenza. L’hanno dimostrato le domande dei giornalisti in conferenza stampa. Proprio nel nostro podcast, FT x Sanremo 2026, ci siamo chiesti con i vari ospiti che domande avremmo fatto noi agli artisti. Sono state tante le risposte interessanti, ma sicuramente è emerso il bisogno di un approfondimento e un interesse personale: qual è la tua tecnica di scrittura? Come stai vivendo l’allargamento mediatico nella tua quotidianità? Interessa più vedere questi cantanti come persone che creano arte, piuttosto che come vuote etichette, con tutti i loro problemi umani. Un’esigenza del pubblico, ma che in questo Sanremo, in particolare, l’umanità ha avuto un posto di rilievo. La gratitudine ne è stata la base. La vittoria di Sal Da Vinci è stata coinvolgente: che piaccia o no, è stata intensamente umana. Personalmente non lo avrei visto come vincitore, ma l’umiltà e la gioia con cui ha accolto la vittoria hanno lasciato qualcosa. Ecco, questo Sanremo ha dato qualcosa. Musicalmente parlando, sia chiaro. Ci sono diverse parentesi che vorrei aprire, alcune delle quali affrontate anche nel nostro podcast. Una di queste è la questione dei nepobaby, i figli di papà, i fortunati, quelli con la strada già spianata. Tredici Pietro, LDA e Leo Gassman sono stati gli obiettivi di questi cecchini mediatici: la loro colpa è quella di essere nati in una casa già predisposta all’arte. Tre cantanti diversi, tre background diversi che possono piacere oppure no, ma personalmente li ho trovati interessanti. Più nel dettaglio, la figura di Tredici Pietro è stata sorprendente: un giovane energico e motivato, con un pubblico già ben consolidato. Il suo brano funziona, lo rappresenta e ha una delle basi più interessanti del festival. Purtroppo, però, nel contesto sanremese Pietro è stato fin troppo facile ricollegarlo a suo padre, Gianni Morandi. Il coinvolgimento dello stesso da un lato ha generato commozione, dall’altro quasi fastidio. Ma diciamocelo chiaramente: se noi fossimo stati nei suoi panni non avremmo fatto anche noi una cosa del genere? Io avrei amato condividere il palco con una persona che stimo così tanto, con un mio genitore, uno dei primi che avrà esplorato le mie passioni, che mi avrà visto alle prese con le basi, i testi, gli strumenti. Perchè vederci del marcio? E a maggior ragione, quando veniamo al mondo abbiamo delle precise strade da poter percorrere: o ci distacchiamo completamente da quello che il nido ci offre, oppure rendiamo nostro quello con cui siamo cresciuti. La propria casa crea qualcosa, volente o no, è tutto ciò che ne deriva, soprattutto se si sceglie di perseguire la stessa carriera, sarà una causa o un effetto. Poi i movimenti, il modo di porsi, la grandezza delle mani sono tutte delle cose che teneramente vengono evidenziate, ma Tredici Pietro non fa musica grazie alle sue mani, grandi come quelle del padre. La sua è una canzone che nel contesto in cui è stata portata si sposa perfettamente, mettendo in risalto le capacità dell’artista, raccontando il percorso che si affronta stando al mondo, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Tuttavia, se l’etichetta di figlio di papà non gli era stata affibbiata prima di Sanremo, tanto che molti suoi fan neanche erano a conoscenza della parentela, adesso la correlazione è evidente. Sarà interessante vedere come gestirà la situazione nel suo post- Sanremo. Un’unpopular opinion è sulla canzone di Mara Sattei, per la quale non riesco a capacitarmi di come sia stata piazzata così in basso nella classifica. La sua Le cose che non sai di me è una sincera dedica d’amore che non voleva fare nulla di incredibile, voleva solo esprimere un forte e sentito sentimento. Un altro aspetto che vorrei affrontare è la figura di nayt all’interno della competizione canora. Quando è stato annunciato tra gli artisti in gara in molti hanno provato una strana tensione. I suoi fan hanno temuto uno snaturamento del suo personaggio, che consiste nella sua persona. William è salito su quel palco con profonda gratitudine, con educazione. Il brano che ha portato non è stato un brano rivoluzionario, ma essenziale. Nella sua essenzialità, nell’anticipo di un discorso che celebra l’individuo in quanto tale, l’ho trovato necessario. Nel brano in gara c’ho rivisto anche quella che è stata la sua esperienza al Festival: nayt voleva essere visto per quello che è, non voleva brillare di una luce non sua, non voleva che fosse il festival, la televisione, la fama che ne consegue a farlo emergere ancor di più. Ha dimostrato che per essere apprezzati, che per essere capiti non occorre essere decifrati, ma semplicemente serve del tempo. Come vuole la sua musica, il suo è stato un brano introspettivo, riflessivo: ha cantato con il cuore e si è visto tutto. Il duetto con Joan Thiele, con la quale ha cantato La canzone dell’amore perduto di Fabrizio de Andrè, è stato semplicemente poetico. La performance è stata impeccabile, ma ciò che ha emozionaro di più è stata l’energia che hanno manifestato, la complicità. Ancora una volta si è fatto, questa volta in compagnia, protagonista di un momento di umana gratitudine. Ad esibizione conclusa, lasciandole il suo spazio sul palco ritraendosi lentamente e ringraziandola per la sua presenza lì ha dimostrato la magnifica persona che è. Su di lui scriverei righe infinite, perchè è l’esatta ragione per cui noi facciamo quello che facciamo: la connessione, l’attenzione, la presenza viva dell’esatto momento in cui stiamo esistendo, l’autenticità. nayt è arrivato a Sanremo nel momento in cui la sua maturazione artistica lo stava portando in una direzione diversa dal rap di Raptus: abbiamo ascoltato il nayt di Lettera Q, il poeta, l’incantatore. E il suo incantesimo ha funzionato alla perfezione perchè alla sua prima partecipazione, ha conquistato il 6° posto in classifica e il cuore di molti nuovi fan. Il suo post- Sanremo sarà deciso solo da nayt. Come ha dimostrato anche a Domenica In- Sanremo 2026 cantando in live, il suo futuro sarà scritto secondo le volontà del rapper molisano e di nessun altro. Il suo percorso è nelle sue mani. E se parliamo di duetti non possiamo non affrontare l’esibizione stratosferica di Ditonellapiaga e Tony Pitony. Margherita Carducci è nel mio cuore da un po’, dalla bellissima cover di Per un’ora d’amore dei Matia Bazar. Poi c’è stata Morphina, la sua partecipazione a Sanremo nel 2022 con Chimica in coppia con Donatella Rettore, singolo che è stato poi inserito in un grande album che è Camouflage. Ho amato tutte le canzoni di quell’album, in particolare Spreco di Potenziale la cui scrittura mi è arrivata forte come una saetta quando l’ho sentita per la prima volta live allo Spring Attitude Festival a Cinecittà. Il carisma di Ditonellapiaga mi ha sconvolto per la sua potenza, ma forse ancor di più quei versi che la cantautrice romana scrive con una chiarezza visiva disarmante:
Matcha alla perfezione col colore delle vene che mi fai scoppiare
E tengo a freno i nervi, ma mi esplode il cuore
Carducci mi ha sempre dato l’impressione di essere una cantante che ha una precisissima visione del suo personaggio artistico: lo si vede dai videoclip, dalle copertine degli album, dai vestiti indossati. Quando si ha piena consapevolezza di sé, è difficile farsi piegare dagli altri, per questo nel 2026 ha portato in gara Che fastidio! uno spettacolo visivo, canoro e musicale che la rappresenta perfettamente. Strizza l’occhio a Morphina o al suo più recente singolo Sì lo so, con bassi importanti e atmosfere quasi berlinesi cercando di dare espressione musicale ai suoi testi. Questa commistione di arti non poteva non essere presente alla serata delle cover, unendola alla sua solita immancabile ironia, per cui si è appoggiata a un personaggio incredibile del cantautorato siciliano: Tony Pitony. La sua presenza ha subito suscitato interesse e inevitabili critiche, ma la loro esibizione le ha placate tutte: impeccabile nell’esecuzione, nell’ideazione, The Lady is a tramp ha conquistato gli italiani e la vittoria nella serata delle cover. Tutti sono stati d’accordo per quel primo posto. Anche Sayf era molto piaciuto quella sera che dopo aver cantato Hit the road Jack con Mario Biondi e Alex Britti si è lanciato in una performance che spesso fa durante i suoi live e ha suonato la tromba. La stessa canzone che ha portato in gara, Tu mi piaci tanto, gli avrebbe valso la vittoria alla competizione canora se ci fossero state in vigore le regole dell’anno scorso, dimostrando che contenuto e personalità possono superare ogni remore anche nel pubblico più generalista. Infatti, nonostante sia stato uno dei festival più noiosi degli ultimi anni, e per questo poco seguito dai giovani, la scena italiana attuale è arrivata alta in classifica. La critica sociale di Sayf è stata colta, così come l’introspezione di nayt. Fulminacci si è visto relegato al settimo posto solo per la semplicità della sua canzone, Stupida Sfortuna, che è comunque rimasta nel cuore della maggior parte degli spettatori e sentiremo spesso in radio. Anche lui non ha voluto tradirsi, portando un brano che ricordava i suoi pezzi celebri come San Giovanni o Aglio e Olio, e il suo testo semplice, ma ricco di assonanze e incastri resterà a lungo nella nostra storia musicale. Se fosse stato un altro Sanremo, avrebbe avuto l’effetto di Fai Rumore di Diodato che ha vinto nel 2020: una canzone semplice di forti sentimenti. Ma non credo che Filippo Uttinacci sia stato triste per non aver vinto la competizione. Il premio della critica e il premio miglior componimento musicale sono stati consegnati rispettivamente a Fulminacci e a Ditonellapiaga e forse questo basta. D’altronde, il vincitore di Sanremo non importa più da un po’ di anni. Da quando nel 2021 avevano vinto i Måneskin, è stato sempre il secondo classificato a dominare in radio e nel successo delle collaborazioni. L’esempio più recente è Olly che dopo la vittoria dell’anno scorso è stato completamente eclissato dalla figura interessante e poliedrica di Lucio Corsi. Perchè questo? Forse perchè i voti di Sanremo sono molto di pancia e poco pensati. Si vota per campanilismo, per appartenenza a un fandom, a prescindere dalla canzone, per dovere generazionale e soprattutto per ostacolare ciò che non si conosce. Così, tutti gli altri partecipanti in gara, quelli che non hanno vinto, restano un po’ più liberi dalle aspettative, ma con la fortuna di un ampliamento di pubblico che solo Sanremo può dare. Il prossimo anno ci sarà, per fortuna un’altra conduzione e quindi un altro direttore artistico. Possiamo sperare che la poco sensibilità, le gaffe e l’aperto sessismo siano finalmente fuori dal festival e, a livello musicale, speriamo che si premi sempre di più l’artista che preserva la propria identità. Nel Sanremo 2027 che vorrei mi piacerebbe vedere Marco Castello o I PATAGARRI, ma anche i soliti habituè del festival; sicuramente, mi piacerebbe vedere più umanità, non solo tra gli artisti, ma anche tra i giornalisti e nella conduzione.
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