Bad Bunny al Super Bowl LX
Dieci anni fa il mondo musicale era così diverso da essere già diventato nostalgia. Anche le nostre vite lo sono: basta pensare al trend virale che invita a ripercorrere le foto del 2016. Come se quell’immagine fosse il punto di partenza di un percorso di cui oggi possiamo finalmente vedere gli esiti. Lo si fa per creare distanze con la propria immagine del passato o per vederne i progressi. Se Bad Bunny dovesse guardare il sé di dieci anni fa, vedrebbe un ventenne che canta, che non si arrende, che carica i suoi pezzi su SoundCloud mentre lavora come cassiere in un supermercato. Solo un anno dopo avrebbe firmato con la sua prima etichetta discografica, la Hear the Music. Solo dieci anni dopo avrebbe fatto una delle esibizioni più iconiche all’halftime del Super Bowl LX. Per noi italiani questo evento è diventato un big deal solo da qualche anno. Statisticamente il football americano non è uno degli sport più seguiti, infatti la cosa che più ci ha interessato non è la competizione in sé, ma lo spettacolo che si tiene sul campo tra il secondo e il terzo quarto della finale di campionato. Negli anni si sono succeduti vari artisti prima statunitensi e poi internazionali come Paul McCartney, Prince, Michael Jackson, The Weeknd, Eminem, Lady Gaga, Rihanna, Kendrick Lamar e nel 2020 Jennifer Lopez con Shakira, anno in cui è venuto come guest anche Bad Bunny, già un grande risultato a cui arrivare. Nel biennio immediatamente precedente, il rapper portoricano si era insinuato anche nel mercato internazionale collaborando con Cardi B e Drake e ampliando il suo pubblico. Per un artista latinoamericano, entrare nel mercato statunitense può significare uniformarsi: è il mercato con maggiore risonanza mediatica e i modelli che nascono negli Stati Uniti hanno storicamente un vantaggio competitivo rispetto a quelli di altri paesi. Ma Martínez Ocasio ha usato le collaborazioni per creare incontri tra generi e culture, come in Mía. Il suo essere portoricano è rimasto sempre un valore aggiunto, mai un dettaglio da attenuare. Per questo quando nel 2026 è stato incaricato costruire una performance per l’halftime del Super Bowl ha portato con sé Ricky Martin, famosissimo cantante portoricano, e i Los Planeros de la Cresta un gruppo musicale di plena, la cosiddetta “musica del popolo”. Non li porta sul palco solo per la collaborazione musicale compiuta in CAFè CON RON , ma per affermare la propria cultura davanti a uno dei pubblici più vasti del mondo, parlando anche dei problemi attuali che il suo popolo affronta. E anche Ricky Martin non è chiamato in veste di popstar latina internazionale: non canta una delle hit, ma LO QUE PASO’ A HAWAII dall’ultimo album di Bad Bunny, DtMF:
Que no quiero que hagan contigo lo que le pasó a Hawái
Non voglio che facciano con te ciò che è successo alle Hawaii. Un paese dove gli americani hanno rovesciato la monarchia locale nel 1893. Un paese che è stato ammesso come stato federale, solo dopo averlo cambiato internamente: la spiritualità, i rituali, le tradizioni dell’isola sono state tacciate di superstizione e a poco a poco il Regno delle Hawaii diventò meta per gli statunitensi che potevano consumare le loro vacanze con quel pizzico di esotismo turisticizzato. Bad Bunny, e gli altri portoricani con lui su quel palco, non vogliono questo per il proprio paese. Il Porto Rico attualmente si trova in una situazione strana, una dipendenza dagli Stati Uniti che ne limita l’autonomia politica ed economica. La loro posizione Stato libero associato, nonostante loro siano cittadini statunitensi, non gli consente di essere proattivi nell’elezione del presidente o di avere una sovranità effettiva del proprio arcipelago. Così, il paese soffre di vari disservizi e problematiche, come i continui blackout elettrici derivanti dalla privatizzazione dell’energia, come dice Bad Bunny El Apagòn e come rappresenta scenograficamente sul campo del Levi’s Stadium. L’emigrazione quasi obbligata che molti portoricani compiono verso gli USA è motivo di riflessione per il rapper fin dalla copertina dell’album che l’ha portato quest’anno a vincere il Grammy: due sedie vuote in mezzo a una natura lussureggiante. Bad Bunny riconosce le difficoltà del paese, ma sfrutta la sua posizione per riportare la sua madrepatria al centro della narrativa, non un semplice elemento decorativo. Nonostante sia uno degli artisti più ascoltati negli USA, conduce tutto lo spettacolo in spagnolo: non solo le sue canzoni, ma anche gli interventi, la presentazione dei guest. È una scelta consapevole di chi non vuole scomparire, sbiadire, americanizzarsi. Prima di EoO dice
per ricordarci da dove viene quella musica che quasi 70.000 di persone stanno ballando. Un risultato personale incredibile che celebra invitando a credere sempre in se stessi e consegnando il Grammy appena vinto alla rappresentazione di sé bambino, ma quella non è solo l’occasione per suonare la propria musica, ma per ricordare da dove questa musica viene. Uno stato ricco di cultura e tradizione che si oppone all’esodo obbligato a cui gli Stati Uniti la stanno condannando. Bad Bunny sceglie di utilizzare questo momento di orgoglio personale e di successo rendendosi portavoce di una nazione. Con fierezza mostra la sua bandiera, quella che gli USA avevano proibito per lunghi decenni quasi proprio a voler cancellarne l’identità. L’intera esibizione dell’halftime non provoca, ma afferma la propria esistenza, eppure è bastato questo a far arrabbiare molti statunitensi, tra cui il Presidente. Mentre Bad Bunny celebrava l’identità di ogni latino, coinvolgendo anche i suoi colleghi del mondo dello spettacolo sul palco, Trump ne vedeva solo l’ostentazione di una distanza. Mentre Bad Bunny esaltava l’amore , mentre benediceva l’intero continente americano, dal Canada fino all’Argentina, Trump percepiva solo la presenza ingombrante delle altre nazioni. L’halftime del Super Bowl LX è stata la testimonianza che la musica sta cambiando strada. L’abbiamo visto con Quaglia Sovversiva, nello scorso numero, con Elsewhere, in quello precedente ancora: la musica sta diventando sempre di più uno strumento utile per preservare la propria identità in un mondo ancora pericolosamente colonizzatore e livellatore. L’individuo non scompare: il viaggio personale rimane sempre al centro, ma si accompagna al bisogno di voler affermare la propria appartenenza.
E tu, cosa ne pensi a riguardo?
Se il contenuto ti è piaciuto, sentiti libero di usare i bottoni di condivisione sottostanti. Sapere che lo hai apprezzato ci regala sempre un sorriso.