La Rubrica degli Emergenti


Come ogni mese abbiamo raccolto due artisti emergenti, scoperti da Lucrezia Spedicati e un terzo artista scelto dal pubblico per interazioni, intervistato da Alessia Restucci.

Barsotti, scrivere per capirsi

Barsotti, cantautore padovano. Precedentemente frontman del gruppo Greta, ha intrapreso da poco la strada da solista.

Fare musica è sempre stata per me un’esigenza. È vero, forse lo dicono tutti, e forse nessuno è sincero al 100%, perché a un certo punto iniziano a piacerti anche il feedback del pubblico, gli applausi, i riflettori. Ma per me, fino ad ora, è sempre stato un bisogno primario, come dormire o mangiare. È il mio modo di esprimermi, raccontarmi e soprattutto analizzarmi. La uso come terapia : per sfogarmi, calmarmi e capirmi. Ho capito l’importanza della musica nei viaggi in macchina con mio padre, tra i suoi dischi in loop. Poi, a 16 anni, con la mia prima chitarra, ho scoperto che scrivere in camera era l’unico momento della giornata che avesse davvero senso. Se devo essere onesto, però, la vera spinta iniziale è stata l’amore: volevo colpire una ragazza. Non era andata come speravo, ma da lì ho iniziato a pubblicare e non ho più smesso. Con i Greta siamo fratelli. Condividiamo tutto, successi e dolori. Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di qualcosa di mio: scrivere solo per me, senza dover mediare con un collettivo. L’ho capito dopo aver scritto Si Spengono Le Luci: quella canzone doveva essere solo mia. Pensavo sarebbe stato difficile dirlo alla band, invece sono stati i primi a sostenermi. Ancora oggi mi supportano. Da solo ho scoperto che posso esistere anche senza limiti creativi. Con i Greta rispettavo canoni condivisi, ora posso esprimermi al 100%. L’ambiente ha reagito bene: alcuni ascoltatori mi hanno seguito, amici ed etichetta pure. Non è cambiato tutto, si è solo spostato il focus. La parte più difficile è trovare le occasioni. Essere emergenti significa lavorare ogni giorno, farsi notare in un mondo pieno di stimoli e affrontare anche il lato economico: oggi fare musica è accessibile, ma tutto il resto lo paghi tu. E non bastano più solo le canzoni, devi brillare a 360 gradi. Il peso dei numeri l’ho ridimensionato. Se una canzone non va, ci resti male, ma il vero valore è nel processo, nel lavoro, nel tempo, nel coraggio. Una volta pubblicata, ha già fatto il suo. Il successo? Tutti lo vogliono, ma se ti concentri solo su quello non arriva. Bisogna raccontare se stessi e, se poi qualcuno si riconosce, quello è il vero successo. La mia vita è quella di un ragazzo normale: lavoro e nel tempo libero scrivo o vado in studio. Il sogno è trasformare questa passione in lavoro. La paura più grande è dover rinunciare a questo sogno. È ciò che mi tiene vivo. Il filo conduttore resta l’amore per le canzoni e per la vita. La direzione che sto prendendo è quella giusta per me. Non so dove mi porterà, ma ora mi godo il cammino

Solamente, quel bisogno che fa paura

Solamente è il suo nome d’arte. Camilla è una cantautrice che si è trasferita a Roma per inseguire il suo sogno.

Mi chiamo Camilla, vengo da Reggio Calabria, una città bellissima che però ho sempre sentito stretta, come se non mi appartenesse. Ho iniziato a scrivere in versi circa cinque anni fa; col tempo sono diventati sempre più personali, trasformando il mio rapporto con l’arte in qualcosa di intimo. Nel 2025 ho pubblicato il mio primo EP, La Cura, seguito da Effetti Collaterali, con cui racconto la musica come cura e i suoi effetti: introspezione, dubbi, paure. Ricordo quando scrissi Su/Giù: tornavo da un litigio con un’amica, in preda a un attacco di panico. Mi misi a scrivere e piansi. Lì ho capito davvero quanto la musica fosse importante per me. All’inizio era un gioco, una sfida per capire se fossi abbastanza brava. Poi è diventato un bisogno: ho iniziato a desiderare quel mondo con tutta me stessa, come se mi mancasse un “perché” prima della musica. Con lei ho dato senso a molte cose. Scrivo per esprimere ciò che provo, cercando un linguaggio diretto e universale. A volte ascolto certe canzoni e penso: “È esattamente quello che sento”. La soddisfazione più grande è quando qualcuno mi dice: “Mi sento capit*”. Non cerco per forza di essere capita, ma di essere ascoltata. Seguire questo sogno significa vivere nell’incertezza. Senza qualcosa di tangibile, i dubbi sono costanti. È un mondo difficile, che guarda ai numeri ma di cui si parla poco dal punto di vista psicologico. Ricordo gli open mic a Roma: spesso ero l’unica ragazza. Oggi sono felice che sempre più donne si stiano affermando nel rap. Allo stesso tempo è frustrante confrontarsi con numeri e algoritmi: spesso si ascolta passivamente, senza vero interesse. Lavoro molto anche sull’estetica del progetto, cercando un equilibrio tra ciò che mi rappresenta e ciò che funziona. I social sono fondamentali ma complessi: all’inizio faticavo a raccontarmi fuori dalle canzoni. Pensavo bastassero i testi, ma oggi so che bisogna trovare un modo per portare le persone all’ascolto. Trasferirmi a Roma mi ha cambiata profondamente. Vivere da sola mi ha portata a conoscermi meglio e a capire che creare è un bisogno naturale. Le giornate sono piene di lavoro, studio, studio di registrazione, organizzazione. Quando non hai un team, devi fare tutto da sola, e a volte questo ti allontana dalla creatività. In passato mi spaventava un futuro senza musica: legavo la mia felicità alla riuscita del progetto. Oggi voglio tornare a quell’amore iniziale, più libero. Perdere quell’amore è la mia paura più grande. Non voglio necessariamente essere capita, ma stimolare introspezione ed empatia. Oggi vivo una fase serena, non rincorro più la musica, non le permetto di crearmi ansia. Mi sento più libera e aperta alle possibilità, artistiche e umane

Tra errore e intuizione: Onemis

Il terzo intervistato di questo numero è Onemis, che dovreste ricordare per la top 3 de’ Il Dogma dello scorso mese. Questa volta a sceglierlo è stato il pubblico, un invito chiaro a considerare questo artista con qualche domanda in più riguardo la sua identità ed i suoi ultimi progetti, tra cui spicca TILT!, uscita lo scorso 23 gennaio.

Il nome Onemis nasce da una scritta che vidi alle medie, nel bagno della scuola: c’era scritto Enemis, cioè nemico<. In quel periodo andavano molto gli anagrammi, quindi Onemis non è altro che simeno” al contrario. Non volevo usare “Enomis” perché ricordava troppo Enemis; soprattutto, nemico mi sembrava troppo cattivo, mentre io sono tutto tranne che cattivo. Alla fine Onemis mi suonava bene: mi riportava a quella scritta e a quell’idea di anagramma che andava molto in quegli anni, come succedeva con tanti nomi di quel periodo. TILT! è una canzone su cui sinceramente non puntavo molto, perché la reputo debole rispetto ad altri pezzi che ho tirato fuori con l’EP. Io sono uno che va molto a fondo con i testi, molto attento alle melodie, e TILT! è una canzone quasi fin troppo pop per i miei gusti, anche se pop non è come genere. Ha un suono molto distorto, quasi rage, però ha riscosso molto più successo di quanto mi aspettassi. Fondamentalmente ci abbiamo costruito sopra un marketing importante, da solo con le mie forze e con l’aiuto della mia ragazza, ed è interessante vedere come questo esperimento sociale abbia funzionato. Anche se non ci puntavo particolarmente, TILT! ha fissato uno standard: quello che seguirà nei miei pezzi, soprattutto a livello di impatto visivo e di personaggio. Quindi aspettatevi altre cose simili a TILT!, non tanto nel suono quanto nell’ambientazione. Sono molto contento della riuscita di questo pezzo perché, nonostante tutto, grazie a lui ho trovato una formula. Mi mancavo. nasce invece da un’esigenza personale, perché non uscivo con un brano da un anno e mezzo e arriva dopo un periodo molto difficile vissuto nel 2024. Quel momento mi ha fatto capire che in realtà non mi mancava un pezzo per gli altri: mi mancava un pezzo di me. Il punto nel titolo ha un significato preciso: richiama ., che è stato lo starter dell’EP, ma rappresenta anche una scelta definitiva. Dire io mi mancavo è stata una decisione importante, perché spesso le decisioni più difficili si chiudono sempre con un punto. Anche Cavallo di Troia era un brano su cui non puntavo molto. L’avevo messa quasi per ultima perché non pensavo sarebbe stata capita. In realtà non la capivo nemmeno io fino in fondo. Quando è uscito l’EP ed è arrivato il momento di ascoltarlo su Spotify come primo ascoltatore, è stata l’ultima canzone che ho ascoltato… e lì ho capito che era la canzone più bella che avessi mai scritto. è una canzone che riesce a emozionare anche me. E ti assicuro che, da artista, è difficile emozionarsi con una propria opera. Poi ovviamente, come dico sempre, la più bella è sempre la prossima. Da emergente mi sto rendendo conto che noi emergenti siamo tutto tranne che emergenti: lo siamo solo nei numeri, nei social, negli ascolti, nelle visualizzazioni. Perché la scena underground è piena di talenti puri. Al di là di me, che credo comunque di avere un messaggio e qualcosa da dire, vedo tanti ragazzi davvero forti. Il consiglio che darei agli emergenti, e prima ancora a me stesso, è di non concentrarsi su ciò che piace agli altri, ma su ciò che piace davvero a noi. Non uscirà più un pezzo fatto pensando agli amici o al pubblico: usciranno solo pezzi che piacciono a me, che mi fanno battere il cuore. Perché quando un’emozione è pura e non costruita per piacere a qualcuno, arriva molto di più. E alla fine è più bello per tutti che sia così
30.03.2026 Alessia Restucci, Lucrezia Spedicati