Il Genere del Quasi


Quando le leggende suonano ancora come la loro collezione di dischi

C’è un momento brevissimo, nella vita di ogni grande band o artista, in cui suona ancora come se fosse fan di qualcun altro. Non è ancora leggenda, non è ancora monumento: è una fase intermedia, fragile e a mio parere affascinante, in cui l’identità è in costruzione e le influenze sono ancora visibili in superficie. Mi piace pensare a questo periodo identitario e formativo dei grandi artisti come al genere del quasi. Non quasi bravi, spesso lo sono già, ma quasi loro stessi. Prendiamo per esempio i più grandi di sempre, i Beatles. Per i Beatles, questo momento ha una data e un luogo piuttosto precisi: Londra, gennaio 1962, audizione alla Decca Records. Prima di Ringo Starr, prima della Beatlemania, prima che la macchina melodica più influente del Novecento e della storia della musica entrasse davvero in funzione. Alla batteria c’è ancora Pete Best, il gruppo arriva da Amburgo con addosso più ore di palco che certezze artistiche, e il repertorio è quello di una band giovane che guarda ancora molto oltreoceano. Tra i brani presentati quel giorno c’è Like Dreamers Do, una canzone che oggi ascoltiamo quasi come una nota a margine della loro storia, ma che in realtà fotografa perfettamente quel momento sospeso. Riascoltata senza il peso della mitologia successiva, Like Dreamers Do non suona come una rivoluzione imminente. Suona, piuttosto, come quattro musicisti molto promettenti che stanno ancora imparando a stare dentro la forma canzone. Nel ritmo si sente uno shuffle leggermente latino, ai bordi dell’arrangiamento resistono tracce di skiffle, nel fraseggio vocale c’è una dolcezza che guarda chiaramente alle girl group americane, e nell’istinto melodico affiora quell’ingenuità luminosa che rimanda a Buddy Holly. È un brano riuscito, piacevole, ma anche, agli occhi dei più severi, inevitabilmente derivativo, e proprio qui sta il punto. Perché nel 1962 i Beatles non hanno ancora fuso tutte queste influenze in qualcosa di inconfondibile. Stanno ancora provando stili come si provano giacche davanti a uno specchio, cercando una misura che non sia solo imitazione, ma nemmeno piena identità. Ascoltando oggi quella canzone si percepisce con chiarezza una band in fase di contrattazione con il proprio suono. C’è ambizione, c’è mestiere, ma soprattutto c’è esposizione. Non stanno nascondendo le fonti, non ancora. Col senno di poi, a pensarci vengono quasi le vertigini. Pochi anni dopo, quelle stesse influenze si sarebbero sciolte dentro un linguaggio pop completamente nuovo, al punto che sarebbe diventato difficile distinguere dove finivano i modelli e dove iniziavano i Beatles. Ma in Like Dreamers Do quel processo non è ancora compiuto, ed è proprio per questo che il brano resta così interessante da osservare oggi. Perché ci permette di vedere il momento in cui il genio smette di essere inevitabile, trascendentale, e torna, per un attimo, profondamente umano. È qui che il genere del quasi diventa utile non solo per rileggere il passato, ma anche per ascoltare il presente con un po’ più di cautela e umiltà. Chi passa molto tempo a scoprire musica nuova conosce bene quella reazione quasi automatica: bastano pochi secondi e scatta il confronto. Questo ricorda troppo qualcuno. Questa chitarra l’abbiamo già sentita. Questa melodia somiglia a qualcos’altro. È un riflesso comprensibile, e spesso anche corretto, ma rischia di essere miope. Perché la storia della musica è piena di momenti in cui l’influenza era rumorosa prima che l’identità diventasse chiara. Nel presente, ciò che suona derivativo può sembrare un limite, col tempo, può rivelarsi una fase di assestamento, il periodo in cui un artista sta ancora negoziando il proprio spazio dentro la tradizione che lo precede. I Beatles del 1962, ascoltati senza il vantaggio retrospettivo, avrebbero potuto sembrare esattamente questo. Molto bravi, molto promettenti, ma ancora immersi e pregni di quello che esisteva già. Forse è anche per questo che Like Dreamers Do continua a esercitare un fascino particolare, almeno su di me. Non perché anticipi già tutto quello che verrà, ma perché mostra chiaramente ciò che ancora non è successo. È una fotografia del momento in cui l’influenza è visibile, l’identità è in movimento ma il futuro non è ancora scritto. Io credo che ogni tanto vale la pena ricordarselo quando ci imbattiamo in un artista emergente che indossa le proprie ispirazioni in modo troppo evidente. Il genere del quasi non è un difetto, è spesso una porta d’ingresso. E se la storia è stata così generosa con quattro ragazzi di Liverpool nel 1962, forse possiamo permetterci di esserlo un po’ di più anche noi, oggi, mentre ascoltiamo qualcuno che sta ancora cercando di diventare, semplicemente, se stesso.

02.03.2026 Miron Kohanan