La vita Post Post- Mortem


il ritorno de I Cani vissuto con gli occhi di un fan sorpreso

Vuoi per il recente annuncio di un nuovo tour, vuoi per il fatto che questo 2026 è iniziato con un grande revival del 2016, anno che segna il punto più alto dell’età dell’oro dell’indie italiano per l’uscita di album iconici per il genere tra cui indubbiamente il suo Aurora, è un ottimo momento per ribadire un fatto ormai appurato: il ritorno di Niccolò Contessa e del suo progetto I cani è stato uno degli eventi più importanti avvenuti nell’anno appena passato per il contesto musicale italiano. Provate solo per un attimo ad immaginare: come reagireste se un artista che amate, dopo anni di silenzio assoluto, rilasciasse un nuovo album senza averlo nemmeno vagamente annunciato prima di farlo? Avreste così tanto entusiasmo da non riuscire a parlare di altro per giorni e giorni? Beh, se la risposta è sì, entrate anche voi in questa macchina del tempo immaginaria e facciamo tutti insieme, fan e non fan, un passo indietro, esattamente al 10 aprile dell’anno scorso. Un comune giovedì di inizio primavera, inizio svogliatamente la routine mattutina e apro Instagram nella speranza di trovare un po’ di serotonina nel bel mezzo del solito zombie scrolling intontito dei primi minuti di risveglio. Immaginavo di trovare post divertenti, ma quello che trovo è il ripetersi incessante, tra pagine di riviste musicali, pagine di meme e perfino l’agenzia ANSA, della stessa notizia, totalmente inaspettata: NICCOLÒ CONTESSA È TORNATO, APPENA USCITO UN NUOVO DISCO DE I CANI. Dopo 9 anni fatti di silenzio su ogni fronte- interrotti solo dalla meravigliosa Nascosta in piena vista del 2018 e dalla collaborazione con i Baustelle di fine 2023 che ci ha regalato due pezzi significativi come Nabucodonosor e L’ultimo animale - Niccolò Contessa ha rilasciato Post mortem, senza nessun annuncio, senza nessun conto alla rovescia per una release date(mai resa nota), senza nessuna pubblicità. La 42 Records, etichetta sotto la quale è stato pubblicato il disco, scrive così nella descrizione del post di annuncio della lieta novella Non se lo aspettava nessuno. Lo stavamo aspettando tutti.. È proprio questa unione tra rottura della disillusione in un’attesa percepita come infinita e realizzazione della speranza comunque sempre covata durante quest’attesa che ha causato durante quelle ore un cortocircuito in tantissime persone, che hanno lasciato tutto quello che stavano facendo e si sono messe all’ascolto. Ed io, veterano di mille notti di pianti su Sparire, mi precipito all’ascolto. Fin dal primo minuto, la sensazione è quella di ritrovare un caro amico. Non è una conversazione leggera: è inquieta, ma confortante. Le sonorità sono minimali, cupe, essenziali, lontane dal synth frenetico degli esordi o dalle strutture di Aurora. Qui tutto è più spoglio, ma scava dentro. La prima traccia, io, è già una dichiarazione di intenti. Un ambiente sonoro sospeso introduce una citazione da Stalker di Tarkovskij. Poi arriva la voce di Contessa, flebile nel tono ma fortissima nei contenuti. Le strofe elencano accuse, ma il ritornello ribalta tutto: il colpevole è io. Nessun altro. Ogni io è sempre più doloroso, perché avvicina alla consapevolezza che quei macigni che ci bloccano spesso sono i nostri stessi pensieri, voci interiori cariche di sensi di colpa, a volte più crudeli di quelle esterne. Il senso di colpa torna in colpevole, dove ogni gesto quotidiano è accompagnato dalla sensazione di non fare mai abbastanza. La voce è stanca, il suono lugubre, il tempo sospeso. In felice, uno dei momenti più intensi dell’album, la felicità è solo sussurrata, mai davvero raggiunta. Il ritornello si perde tra immagini di vergogna e inadeguatezza, arricchite da riferimenti a Gregor Samsa, *Hanno Buddenbrook e Kafka stesso. Tutti accomunati dalla consapevolezza di un destino inevitabile. Accanto al conflitto interiore emerge una critica alla società: una realtà superficiale, dominata dal materialismo, dove i problemi profondi vengono nascosti sotto il vestito. In davos e nella parte del mondo in cui sono nato si racconta una routine alienante, fatta di conformismo. f.c.f.t. mostra il tentativo di uniformarsi, ma con risultati fallimentari: l’angoscia aumenta. In post mortem si consuma la morte dell’individuo, ridotto a ingranaggio. Anche i rapporti diventano vuoti, come in carbone. In buio la visione si fa ancora più inquietante: emerge la consapevolezza del vuoto sotto la realtà apparente. Il modo in cui questo viene espresso cambia tutto: i sintetizzatori sono potenti, dinamici, e il refrain

c’è poco amore nel mondo
I CANI, BUIO, 2025

non è sussurrato ma urlato. Non è una resa, ma una reazione, una volontà di resistenza alle spinte di deumanizzazione, sia esterne che interne. L’album si chiude con un’altra onda, che porta una speranza: anche quando si viene travolti, si può tornare a toccare terra. Dopo una settimana, il 18 aprile, arriva un’altra sorpresa: il tour. Biglietti esauriti in poche ore. Dopo mesi, grazie a un’amica, riesco a ottenere un posto per la seconda data di Roma. Il 15 novembre è una giornata speciale. Dopo anni di ascolti solitari, sto per sentire quelle canzoni dal vivo. All’Atlantico, il pubblico sembra materializzare i personaggi dei testi: una generazione cresciuta con quei brani, insieme a chi sta imparando a vivere ora le stesse sensazioni. Il concerto è catartico già da io: se in cuffia ogni io era una pugnalata, dal vivo diventa liberazione collettiva, un modo per allontanare quella voce giudicante. Da lì in poi è un flusso continuo di emozioni. La scaletta alterna Post mortem ai brani storici: da come Vera Nabokov a hipsteria. La scenografia amplifica tutto, passando da momenti intimi e raccolti a esplosioni visive legate ai brani degli esordi. Il finale è affidato a Lexotan, con una luce accecante che illumina tutto: la nostra stupida, improbabile felicità. Imperfetta, ma autentica. Umana. Una luce che resiste anche nel buio più profondo. Un abbraccio finale dopo un viaggio emotivo intenso. Ora che scendiamo dalla macchina del tempo, spero di rivedervi sotto un palco. Perché certe emozioni si capiscono solo vivendole. E, mi raccomando, tenetevi stretta la vostra personale stupida, improbabile felicità.

09.03.2026 Filippo Voltattorni