Lo scorso mese abbiamo ricevuto un messaggio in DM dal fondatore dell’etichetta musicale indipendente della Kallax Records: ci proponeva semplicemente una chiacchierata. Ci segnalava l’uscita del singolo di un loro artista, senza chiedere nulla in cambio, e da lì è nata una videochiamata di un’ora con Gigi Fasanella. Abbiamo parlato di live, industria musicale, strategie, arte e marketing, riconoscendo in lui la stessa passione che ritroviamo spesso negli artisti che abbiamo la fortuna di intervistare. Avendo lavorato nel cinema, so bene come il lavoro del dietro le quinte si impoverisce tanto di amore per l’arte; diventa arido, calcolatore, nemico di qualsiasi scintilla di entusiasmo. Non sono casi rari, ma l’abitudine di dover vedere la pragmaticità di qualcosa di artistico che toglie tutta la magia. È il motivo per cui molti decidono di smettere di lavorare nelle industrie creative, ma è anche il motivo per cui abbiamo voluto intervistare Fasanella. Continuare a provare un profondo amore per la musica, pensiamo che sia un requisito necessario per poter aiutare davvero gli artisti e migliorare i problemi dell’industria. Le risposte che ci ha dato, ce l’hanno confermato.
Qual è il primo live o la prima canzone che ti ha fatto appassionare alla musica?
Allora, il primo live che mi ha cambiato completamente la visione della musica non è il primo live a cui sono andato, però quello che mi ha fatto dire: “ok, da questo momento in poi secondo me io devo fare qualcosa nel mondo della musica”, è stato l’ MTV Day a Bologna. Non mi ricordo in che anno, ma facendo due conti più o meno potevo avere quindici, sedici anni circa. L’hanno fatto all’Arena Parco Nord e hanno suonato gli Articolo 31, i Timoria, The Cranberries, Piero Pelù,Meganoidi… Mi ricordo una cosa in particolare che mi ha fatto completamente uscire fuori di testa: eravamo circa trentamila persone che erano completamente concentrate sulla musica. A livello emotivo mi ha lasciato un segno indelebile.questo mi ha completamente aperto la testa e mi ha fatto capire che in un modo o nell’altro dovevo lavorare nella musica.
Cosa ne pensi degli artisti che aprono altri colleghi più affermati? Abbiamo notato che è una pratica sempre più in disuso. E poi in generale: come si dovrebbe scegliere l’artista che apre?
Bisogna fare distinzione tra Italia ed estero, che è fondamentale. Il fatto che ci sia un artista opening all’interno di un altro concerto, per quanto mi riguarda, è una cosa stupenda: non è solo intrattenimento, è anche un modo per scoprire nuova musica. All’estero è una cosa molto usata. Sia i management sia gli artisti hanno voglia di proporre nuova musica, ed è estremamente importante per portare avanti nuove scene. In Italia invece l’opening non è molto usato perché, non mi nascondo a dirlo, per il 90% delle persone che organizzano concerti è un accollo: burocratico, pratico, tecnico. Se si insiste per avere un’artista in apertura bisogna essere pronti a sostenere delle spese extra e quando lo fanno spesso concedono il minimo sindacale con performance molto smart che richiedono solo base e voce. All’estero invece non è così: chi apre i tour percepisce compensi e può portarsi tutta la produzione e per gli artisti rappresenta una vera e propria gavetta. Per esempio i Turnstile hanno aperto il tour reunion dei Blink-182 e da lì sono esplosi. E soprattutto crea community.
Cosa ne pensi dell’aumento dei prezzi dei biglietti dei concerti?
Negli ultimi anni tutti i beni di consumo sono aumentati, questo è un dato oggettivo. Poi bisogna capire quanto certi aumenti siano giustificati. Se dietro c’è uno show enorme, una produzione importante, io posso anche essere disposto a spendere di più, ma bisogna dare valore a ciò che si va a vedere. Ci sono biglietti che secondo me non meritano il prezzo che hanno. C’è anche una scena super underground viva, dove con 5 o 7 euro vedi tre band in una sera. La domanda è: la gente vuole spendere 5 euro per vedere qualcosa che non conosce? Il problema è anche culturale.
Come mai hai creato un’etichetta indipendente?
Ho creato Kallax semplicemente perché volevo creare un altro percorso. La mia realtà nasce da uno stimolo di pancia: non volevo più far parte di un certo circuito. Ci sono sistemi economici standardizzati che non puoi cambiare, però questo non significa che non possano esistere altre strade. Il nome Kallax l’ho preso dal mobile di IKEA dove metti i vinili. È esattamente quello: un posto dove metti ciò che scegli. Io non voglio fare qualcosa per tutti, voglio fare qualcosa per alcuni. Le nicchie esistono. In Italia il mercato è piccolo, ma nelle altre nazioni le sottoculture rendono sostenibili cose bellissime.
Sul vostro sito molte presentazioni sono in inglese e molti artisti cantano in inglese. Vi rivolgete più all’estero?
Io non voglio portare qualcosa “contro” l’industria italiana. Voglio creare un circuito alternativo sostenuto dall’entusiasmo. Perché l’entusiasmo rende sostenibili le cose. Kallax è un collettivo: siamo solo io e i miei artisti, non ci sono sovrastrutture. In passato ho fatto molti tour all’estero perché l’Italia è troppo piccola, quindi uscire fuori è naturale ed è anche istruttivo. Sono stato recentemente a Lubiana e sono rimasto colpito da come funzionano lì le sale concerto comunali, finanziate interamente dal comune e gestite da collettivi, associazioni; danno più possibilità ai luoghi per la musica, e di conseguenza alla musica libera, di esistere.
Dalla matrice indie pop di Giò Sada, alle sperimentazioni tra elettronica e rock dei The Pier; da Kayak, ai JOYCUT, realtà bolognese consolidata nell’elettronica; passando per i COMRAD, con richiami al punk italiano dei primi duemila, fino a WISM, tra indie pop e suggestioni pop di respiro internazionale: il roster è estremamente eterogeneo. Come si costruisce una strategia di promozione efficace per progetti così diversi e quale sviluppo immagini per ciascuno di loro?
In realtà c’è una linea comune: la melodia. Che siano i Comrad, The Pier, WISM, il filo conduttore è una forte componente melodica. Poi promozionalmente i canali cambiano, ma l’attitudine è comune. Non ci sarà mai un artista con attitudine totalmente distante.
Qual è il tuo ruolo nei confronti degli artisti?
li artisti nel 2026 hanno un valore enorme, non hanno bisogno di alcuna etichetta discografica. Quando qualcuno mi scrive e dice “vorrei uscire per la tua etichetta”, a volte rispondo: “perché?”Oggi un artista può fare moltissimo da solo.
Le etichette non hanno soldi, nella musica non si guadagna quasi niente, a meno che fai stadi o palazzetti. Quindi il mio ruolo è da fratello maggiore. Provo a mettere a disposizione competenze, conoscenze, esperienza, ma il centro sono loro. Io valorizzo loro. Se un artista non ha identità, non arriva nemmeno a me.
Se dovessi presentare presentare Kallax Records?
Ci piace condividere l’entusiasmo e vorrei che fosse contagioso. Kallax non è migliore né diversa: siamo persone. Io sono un quarantenne che ha ancora voglia di sbattersi e fare cose pazze. Gli artisti fanno lo stesso. Lo facciamo per il piacere di esprimerci, per lasciare un segno, non per inseguire per forza qualcosa. La differenza è che noi ci divertiamo, con poco e con niente. E continuiamo finché abbiamo energia.
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