Dalla rabbia, alla ricerca di sé, alla necessità di un Habitat


nayt racconta l’Io Individuo

Chi siamo senza noi stessi? C’è un punto nelle nostre vite in cui arriviamo a dubitare di noi, a non prenderci più sul serio, o troppo. Forse non ci conosciamo neanche più: è in quel momento che iniziamo a prendere confidenza con il nostro ‘io individuo’. Spesso coincide con i vent’anni: i primi veri amori, le scelte che formeranno la nostra carriera, amici che ci lasciano, altri che guadagnamo, l’acquisizione di una micro-indipendenza, il nostro corpo e le nostre necessità che mutano forma. Viviamo scossoni, uno dietro l’altro, che inevitabilmente ci inducono a domandarci chi siamo, dopo esserci sentiti persi, vacanti, vuoti. Lo scorso 20 marzo nayt ha pubblicato il suo album più maturo: Io Individuo. Un album consapevole, sia musicalmente sia concettualmente. William Mezzanotte, reduce dal sesto posto al Festival di Sanremo, ce l’aveva anticipato più volte: siamo noi al centro di questo mondo, siamo noi in quanto individui, in quanto persone singole. E continua ad essere lui il fulcro dei suoi dischi: la sua esperienza, la sua voce, il suo pensiero e la sua continua ricerca di risposte. Due sono state le voci cantanti presenti nell’album: Elisa come featuring in Stupido pensiero e Noemi con la sua Briciole campionata in L’Astronauta. Altre tre voci, invece, sono registrazioni. Inserire registrazioni nei suoi album è qualcosa che nayt porta avanti già da un po’ e che personalmente ho amato sin da subito. Una pratica che conferisce purezza nelle intenzioni promosse. Le parole di sua madre proiettano l’ascoltatore nel profondo del cuore dell’artista, alla sua origine, appunto. Una sincerità tale che non apprezzarla sarebbe un crimine. Poi c’è il breve monologo di Punto d’incontro e il dialogo finale, una continuazione di quanto avvenuto già in Partenza (Doom): lì il fulcro era proprio l’individuo nel suo rapporto con l’altro, con gli altri. Un individuo che si perde quando si rapporta con un altro individuo, e quindi si parla di pratica autoreferenziale, di Alexander Lowen e la bioenergetica, di chiusura in sé stessi, di pratica onanistica. Il dialogo presente in quest’album mette in risalto un altro fenomeno che nayt sta manifestando spesso nell’ultimo periodo: il concetto di divismo, il timore di essere messo su un piedistallo ed essere seguito e apprezzato senza che le persone, i fan, mettano in dubbio la sua parola. Il fanatismo. Come molti lettori ormai sapranno, seguo nayt da un bel po’, e in tutti questi anni non sono sempre stata d’accordo con lui. Ci sono state volte in cui la prendevo sul personale: capisco la paura, comprendo il timore che ciò di cui parla possa non arrivare nel giusto modo, il terrore di essere fraintesi e la paura che tutto questo diventi un vincolo, qualcosa che ti renda un burattino nelle mani di chi ti ‘paga’. Eppure, nonostante tutto questo, William Mezzanotte ha messo su un album, a mio avviso, perfetto. Non parlo di perfezione musicale, stilistica, tematica, tecnica, parlo di perfezione nella resa. Voleva restituire un io che si sottrae a tutti i dogmi, attraversato dalle complessità del mondo, e l’ha fatto. Si apre con Scrivendo, un brano che per certi versi ricorda Mood e pare quasi una continuazione della sua Il blocco dello scrittore: si espone, fa critica, è volgare il giusto, insomma, fa il nayt che molti reclamavano da un po’. Poi con Esistere (più di me) ci riporta con i piedi per terra: improvvisamente siamo noi, sono io, sei tu al centro di tutto, tra mille cose, con la mia, la nostra esistenza. Con Ci nasci ci muori fa un’altra critica e contemporaneamente ristabilisce gli ordini.

Sento gran cantautorato, poi ci ingravido l’hip hop.
Entro a mio modo nel mainstream, può anche andare in cancrena.
Il mio successo non dipende dal cantare a Sanremo.
Nayt, Ci nasci ci muori, 2026
Omaggia Fabri Fibra con la sua In Italia. Questo Io si pone in rapporto costante con tutto ciò che lo circonda: l’Italia, con i dubbi sulla politica e sull’attualità, e il rapporto con le donne, pianeta che non conosco, che emerge nel brano Punto d’incontro. In apertura c’è un brevissimo monologo che con poche parole esprime la paura di una donna nell’aprirsi a un uomo: l’apertura costerà cara, il rispetto potrebbe non essere mantenuto. È importante che sia un uomo ad approfondire la questione, perché spesso, proprio l’uomo, rifugge dalle responsabilità; dietro la scusa dell’io non lo farei mai si discosta da ogni colpa futura. Noi donne, invece, dobbiamo farci i conti, giustificare i nostri timori e trattarli come una colpa. Uno scarico di colpe a tutti gli effetti. Non è un caso che questa canzone segua il primo interludio, il racconto di sua madre che con profonda sincerità e fiducia è stato inserito nell’album. Chi ha letto il suo libro Non voglio fare cose normali era pronto a questo, ma l’idea di assegnare una voce, anzi, la voce a tali parole è stata semplicemente ammirevole. Un’altra canzone che ho amato per delicatezza è Stupido pensiero: sembra quasi una danza che lui ed Elisa Toffoli fanno per cercare di scacciare il pensiero che arriva con prepotenza. Entrare da estranei dentro di sé, camminare sulle punte perché non si sa quali punti sbagliati si toccheranno quando si inizia a viaggiare con la paranoia. Questo pensiero è un ostacolo: impedisce di andare dall’altra parte, blocca il movimento verso l’esterno, rende difficile uscire da sé e finire nell’altro. Qualche anno fa nayt postò nelle storie di Instagram un libro chiamato Psicopolitica, scritto dal filosofo coreano Byung-Chul Han, che ripropose qualche mese più tardi con il libro L’eros in agonia. Da quel momento scoprii un mondo. Questo libro mi fu grande amico in un momento in cui il mio io era fragilissimo e ancora subiva il contrasto dell’altro. Ci sono molti spunti interessanti ripresi da nayt, soprattutto in questo album. L’idea di rafforzare la propria consapevolezza emerge continuamente, soprattutto nell’ultimo periodo. In questo senso il richiamo a Byung-Chul Han sembra quasi inevitabile: oggi l’altro non è più esperienza che disarma, ma presenza che spesso si teme, si controlla o si tiene a distanza. Forse è proprio per questo che la consapevolezza di sé, in nayt, non appare mai come puro ripiegamento narcisistico, ma come tentativo continuo di capire se sia ancora possibile incontrare davvero qualcuno. Byung-Chul Han sostiene che oggi l’eros si indebolisce perché l’altro perde alterità: l’altro non viene più incontrato davvero, ma assorbito dentro il proprio io, e per questo motivo anche il proprio io si dissolve, si perde, si mescola. Il disco si conclude con un ok, riprova, creando una circolarità che racchiude l’intero percorso: un continuo tentativo di confronto, introspezione e ricerca di sé nell’altro. Quindi, in conclusione, con questo disco nayt ha dato grande prova di sé: tra i risultati in classifica e l’affluenza agli instore, il rapper che fino ad ora veniva etichettato come per pochi è riuscito ad entrare nelle cuffie dei molti, restando sé stesso, raccontando di sé e del mondo attraverso le sue domande, con una fame invidiabile: di cultura, di persone, di umanità. Una vittoria dell’autentico.
29.03.2026 Alessia Restucci