La musica può raccontare ciò che la società non comprende?


Dubbi e voci da una serata per l’8 marzo

Ogni anno l’8 marzo passa e lascia poco. Ci chiediamo cosa significhi davvero celebrarlo e, soprattutto, se abbia senso parlare di “festa” e non di commemorazione di una lotta per l’emancipazione, nata in Inghilterra e oggi carica di nuovi significati. Quest’anno siamo stati invitate dall’Associazione APS Il Principe per assistere a uno spettacolo canoro che celebrasse la Giornata Internazionale dei diritti della donna ed è stata l’occasione per interrogarci sul potere della musica. Come dice Ele A, la musica va oltre. Eppure, contraddicendoci, abbiamo anche sostenuto che proprio la musica possa farsi portatrice di diritti, capace di esprimere con forza e trasparenza identità spesso fraintese. Da qui nasce una domanda inevitabile: le canzoni possono davvero essere uno strumento? Perché, diciamolo chiaramente, la parità che il femminismo ha sempre rivendicato è ancora lontana dall’essere raggiunta. Anzi. Con paura e orrore abbiamo notato una cosa: le parole dispregiative stanno tornando. E non solo. Hanno trovato legittimazione in podcast maschilisti che invadono i feed non solo degli adulti più attempati e “irrecuperabili”, ma anche di adolescenti, cugini, amici insospettabili, e talvolta delle stesse donne che interiorizzano un odio verso il proprio genere quasi assurdo. Fulvio Pescetelli, direttore artistico della serata Nota: Una donna ci ha esposto così il problema:

A volte le canzoni non bastano, forse servirebbe un atteggiamento diverso dagli uomini, ma anche dalle donne, prendendo consapevolezza della forza che hanno.
Se le donne fossero unite davvero, avrebbero il mondo in mano. Questo spettacolo vuole rappresentare questa auspicata unione.
Dichiarazione raccolta dall’autore di Fulvio Pescetelli l’08/03/2026 all’Auditorium Pierluigi Palestrina

Forse è vero che le canzoni non bastano, ma come non dare importanza alle parole? Da linguiste ci hanno sempre insegnato che ogni parola, ogni vocale, sillaba, ha un significato importante. Crea associazioni, famiglie di parole che rimandano a precisi giudizi e sottotesti: possono nascondere minacce, ma anche una forza capace di rivoluzionare la società. E quindi la musica può davvero andare oltre un’identità di genere? Partecipando all’evento a Palestrina, ci siamo chieste quali canzoni potessero rappresentarci e quanto questa rappresentazione rischiasse di ridurci agli stereotipi di genere. Sul palco si sono succedute donne completamente diverse, sia per formazione che pensiero. Alcune venivano dalla scuola privata di musica Studio I MusicRoom, altre erano state reclutate direttamente dal direttore artistico, altre ancora rappresentavano la scuola di ballo The Next Step. Abbiamo ascoltato Ivana Pellicanò, che ha presentato un inedito scritto con il compagno Matteo Carlino: l’unica, tra loro, ad aver trasformato questa passione in un lavoro, mentre le altre cantanti si destreggiano ancora tra vita quotidiana e serate. Selina Fresilli impiegata di giorno e cantante la notte, ci ha mostrato tutta la sua grinta nel ritagliarsi uno spazio per far emergere la sua voce, così particolare. Si è trovata d’accordo con noi sull’importanza dei testi e ci ha confessato di temere che molte canzoni possano rafforzare dinamiche di assoggettamento femminile, restituendo un’immagine pericolosamente condizionante. Allo stesso tempo, rifiuta qualsiasi trattamento differenziato in quanto donna: si considera, prima di tutto, una cantante. Anche Jäde, nome d’arte di Giada Salvatori, ci ha confessato di voler tenere il proprio genere fuori dall’identità musicale che sta costruendo. Giovane artista di Anagni, nel 2025 aveva partecipato al Live Box di Casa Sanremo Underground, vincendo una borsa di studio per l’Accademia di Casa Sanremo, che offre un accesso facilitato alle selezioni di Sanremo Giovani. Tuttavia, per ragioni lavorative, non ha potuto cogliere questa occasione; questa mancata opportunità non l’ha fermata: al contrario, l’ha spinta a mettersi in gioco, iniziando a scrivere le sue prime canzoni e immaginando un futuro da cantautrice. Continua a esibirsi — arrivando anche ad aprire un concerto di Enrico Ruggeri — mentre si interroga su chi sarà, davvero, la Jäde autrice. Pur ammettendo che le piacerebbe cantare qualcosa sull’onda degli Evanescence, Avril Lavigne o Linkin Park, non sa se è questo il genere che la definirà. Cantante e musicista in costruzione, anche lei vede la sua identità frammentata, discussa, e poco legata al suo essere donna. Viene allora da chiedersi se questa contraddizione iniziale che ci siamo poste non rischi di livellare le diverse personalità dietro l’etichetta “donna”. Eppure è una complessità che, proprio per questo, non può essere ignorata né semplificata. Parlando con Rachele Luciani, ballerina che si è esibita quella sera, ci ha confessato che vorrebbe che il mondo femminile e quello maschile si conoscessero un po’ di più. Per lei la musica è identità, perché esprime sempre come si sente attraverso il ballo, rendendo complesse e profonde note e testi, ma che questa comprensione può essere limitata da una visione distorta che la società ha di lei in quanto donna. Spesso, ci ha raccontato, i giudizi nelle competizioni di ballo prendono come elemento fondamentale il modo di vestire della ballerina, sessualizzandola e oggettificandola, e rendendo così la sua performance meno arte e più spettacolo per un pubblico maschilista, fatto sia di donne che di uomini. E non posso fare a meno di pensare a tante cantanti il cui valore è stato riconosciuto solo quando il cambio di look ha attirato l’attenzione e mi viene nuovamente da chiedersi se l’identità artistica di un’artista non sia necessariamente condizionata da questa visione poco umana che si ha delle donne. Pur essendo consapevole che la musica, il ballo e l’arte siano più importanti di ogni cosa, non credo che ignorare questa differenza possa cambiare la percezione che si ha delle donne rispetto agli uomini. Per questo, quando artiste come Sofia Isella o Giulia Mei utilizzano la loro posizione e la loro musica per portare messaggi importanti per la visione del nostro genere, plaudo la necessità e il coraggio, così come apprezzo Bad Bunny o Marco Castello che sottolineano la loro identità legata alla loro terra. Non voglio risolvere queste contraddizioni, ma attraversarle. La serata Nota: Una donna mi ha lasciato più domande che risposte — ed è forse questo il modo più onesto per celebrare davvero questa giornata.

26.03.2026 Chiara Calcara