Bellezza, necessità, culto.


Quaglia Sovversiva da abitare, un’utopia da ribaltare.

Oggi l’ateismo non esiste, scriveva David Foster Wallace. E devo ammettere che, se esistesse un culto di Marco Castello, io sarei già con il saio addosso, arroccato dentro le mura. Detto questo — prima che l’entusiasmo diventi sospetto — resta un minimo di responsabilità: provare a capire perché Quaglia Sovversiva non è solo un disco riuscito, ma qualcosa che assomiglia a una presa di posizione. Vale forse la pena partire da chi, con sopracciglia bi-ancelottiane e tono da sentenza definitiva, ama infilarsi in ogni discussione sulla musica italiana con il solito «ma la musica italiana fa schifo». Più che un giudizio, un riflesso condizionato; più che una critica, un modo per evitare l’ascolto. Quaglia Sovversiva non risponde a questa frase dimostrando che “si può fare di meglio”: la rende semplicemente inutile. Maccuccio ripete in una recente intervista radiofonica che la sua priorità sono l’armonia e la melodia. Ma a mio parere il testo, in questo lavoro, ha un peso specifico notevole che difficilmente può essere ignorato o travisato; è una presa di posizione ribadita con una coerenza quasi ostinata in ogni singolo brano. Questo album apre a un’ apparente utopia momentanea, una zona franca che dura esattamente il tempo dell’ascolto, ma che ha l’ambizione di restare addosso come un’idea fissa (cominci a sentire l’odore di culto eh!). È un luogo in cui ci si chiede:

DOVE CI DOVREMMO INNAMORARE CON STI COLORI DA PENITENZIARIO?
VESSENALI, MARCO CASTELLO, 2025

guardando alle nostre città trasformate in grigio e blu. È un’utopia che non ha paura della politica: grida

VIA I MILITARI DA QUEST’ISOLA
DOV'È QUESTO HANGAR FITTA CRESCERÀ
LA PIÙ BELLA FORESTA DELL'UMANITÀ
EDITTO DAL SOTTOSCOGLIO, MARCO CASTELLO, 2025

È l’idea di sfondare e rifiutare tutto ciò che è arido, asettico, grigio, in nome di un’esuberante bellezza variopinta* costruita a mano, da abitare. Ed è proprio così: Quaglia sovversiva è un luogo da abitare. Marco non sta solo suonando, sta costruendo un rifugio per sognare almeno fino a domani mattina, ignorando il marcio che preme fuori dai confini del disco. E lo fa con un sound rivisitato ma pur sempre riconoscibile, che vaga da Pompe, quasi riconducibile agli album precedenti sino a l’esuberante rock progressive di Scoglio Volante, restando sempre fedelmente se stesso. Il sound cresce, si prende spazio e i musicisti lo lavorano con naturalezza, con quel piglio indistinguibile di chi si vuole divertire, di chi gioca. In questa bottega del suono, l’idea di

MENO ARTISTI E PIU' ARTIGIANI
ALL'ACQUA GHIACCIATA, MARCO CASTELLO, 2025

prende vita e si sporca le mani. Castello di musica ne sa — e ne sa tanta — ma usa questa competenza non per fare il primo della classe, quanto per riconquistare il diritto di giocare davvero. Si ride, si balla, ma mentre lo fai stai già urlando, stai già sovvertendo tutto con le parole: una rivoluzione che rivendica prima di tutto bellezza. In mezzo a tutto questo, forse la frase che tiene insieme il disco è la più semplice:

C'E' UN MONDO MARCIO A CUI DISOBBEDIRE
FARE NINNA, MARCO CASTELLO, 2025

Non da abbattere, non da redimere. Da non seguire. E la disobbedienza, qui, non ha niente di eroico: passa dal modo in cui si suona, si canta, si abita uno spazio, si lasciano le cose un po’ aperte. Forse è per questo che Quaglia Sovversiva somiglia a un manifesto senza mai comportarsi come tale. Non arringa, non convince, non predica. Sta lì. Suona. E intanto, quasi senza accorgersene, ti ritrovi a pensare che sì — quel saio, alla fine, potresti anche provarlo.

22.01.2026 Carlo Geraci